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martedì 5 luglio 2011

Non mi dimetto da dottore.


Tipo che non ricordo nemmeno se v’ho detto che finalmente mi sono laureato. Un’esperienza bruttissima, se devo essere sincero. Da non ripetere assolutamente. Non credo d’aver mai provato tanta tensione in vita mia. Quando si sono spalancati i portoni dell’aula magna ed è stato fatto il mio nome volevo piangere. Giuro. Uno dice “cazzo, in quel momento tutto è in discesa, ormai non puoi sfuggire al tuo destino, non ha senso disperarsi”. No, io stavo per piangere. C’è stata una frazione di secondo in cui ero proprio convinto mi sarebbero sgorgate le lacrime.

E questo perché? Perché ovviamente non potevo esimermi proprio l’ultimo giorno dalla condotta di studente testa di cazzo. Sono riuscito a rispettare tutte le scadenze, ho avuto due settimane piene, 14 giorni totali per rivedere 40 pagine di merda scritte da me e secondo voi, quando le ho studiate? Si, esatto, gli ultimi 3 giorni. Perché sono un pirla e ovviamente non mi andava di andare preparato completamente una volta nella vita a un esame. Non sia mai che mi si rovini il curriculum.



Ho avuto la fortuna di aver trovato un professore molto in gamba, che non ha preteso troppo lavoro (mi ha ridotto la bibliografia a 3 libri, su una quindicina presentati) e soprattutto mi ha guidato sapientemente durante tutto il colloquio e ho scoperto in seguito, si è battuto per farmi avere il punteggio massimo. Ci siamo anche trovati su diversi modi di pensare, di impostare il lavoro, con buona pace dei poveretti che andavano al ricevimento e che dovevano aspettare anche un’ora, prima che le nostre chiacchierate avessero fine. E un po’ mi son stupito, perché il giorno in cui gli ho chiesto la tesi non era finita tanto bene. M’aveva cazziato perché non sapevo che si manifestava contro la riforma Gelmini. Cazziatone doppio quando gli ho comunicato che non sarei potuto andare.



A parte queste divagazioni, quando ho finito, volevo solo ridere. E infatti ridevo, come un deficiente, mentre amici e parenti si congratulavano. Mica ho capito poi, perché per la laurea di mia sorella piangevano tutti, per la mia facevano i buffoni. I miei amici simpaticoni avevano delle trombe da stadio. Hanno fatto un casino nero, infatti dopo la proclamazione ci hanno cacciato quasi a pedate. E che cazzo, questi professori con poco senso dell’humor e poco inclini al divertimento.

I soliti amici simpaticoni, per non smentirsi, tra le altre cose, mi hanno regalato un bel vibratore. Ad essere sincero fa un po’ senso. Cioè, è bello, lungo, duro, sembra quasi vero. Si può addirittura scapellare perché ha la finta pelle mobile. Dev’essere super tecnologico, ha pure tante velocità di vibrazione. Non fosse di dimensioni equine ci avrei pure fatto un giro. Invece ora giace in un cassetto, sotto pile di scartoffie sperando che a mia madre mai venga in mente di frugare lì.

Che poi come lo giustifico?

Gigi

venerdì 10 dicembre 2010

Un mese in famiglia.


Era il 28 Ottobre l’ultima volta che ho scritto un post qui, su questo blog, prima che sparissi letteralmente nel nulla. Diciamo in generale che non è stato per nulla un bel periodo, sia in ambito affettivo che lavorativo. Comincio dal secondo.



Ci eravamo lasciati con una tesi da scrivere, un professore abbastanza disponibile e una laurea programmata per Dicembre. Ecco, la prima notizia è che la sessione è saltata per l’ennesima volta, come saltano inesorabilmente tutti i miei progetti. Perché? Perché sono un procrastinatore del cazzo. Ho lottato fino all’ultimo per rispettare le consegne, ma complice una settimana in cui il professore è stato irreperibile causa convegno, non sono riuscito a terminare il lavoro.
Lavoro che poi ho presentato proprio al professore che ha inesorabilmente bocciato costringendomi a riprendere in mano tutto dall’inizio. La nota positiva è che mi ha spiegato bene come lavorare riducendo tutto all’osso e facendo riferimento a soli tre libri. Le note negative sono infinite.



Cominciamo dal fatto che mia madre non ha preso bene il rinvio della sessione da Dicembre a Febbraio/Marzo. Ha assunto un atteggiamento ostile, come gli Zombie di Resident Evil. Ma non avendo nessuna beretta in casa mi son dovuto far rosicchiare il fegato piano piano. Il primo impatto sembrava quasi positivo. Positività andata a farsi fottere quando sono salito in macchina al rientro dal colloquio con il professore. Dopo avermi fulminato con lo sguardo e corroso con le parole ha deciso di chiudere il discorso e io non ho obiettato. Giorno dopo giorno però la sua collera è cresciuta, tanto che alla fine mi stavo quasi convincendo che la parola “coglione” fosse quasi un complimento e il consueto “ciao” con i denti digrignati un insulto. Credo siano passate due/tre settimane con quest’andazzo, dove il prototipo del dialogo con lei si riduceva a “mi passi l’acqua per piacere?” - “grrr, grrr, grrr affogati”.
Tuttavia, giacché non siamo il prototipo di famiglia alla 7th Heaven, ovviamente la maggior parte delle cose non le ha dette a me ma le ha fatte presenti a mia sorella che mi ha spifferato tutto. Ho tenuto un basso profilo per tutto questo tempo, scrivendo la tesi, dividendomi tra altri progetti sul web e i soliti porno, una macchia di colore (?) in questa buia esistenza. Ora le cose sembra vadano bene, probabilmente perché è impegnata a discutere con mio padre della qualsivoglia cosa e a parlarmene male una volta che varca la soglia di casa. Niente di nuovo sotto questo tetto. Il lavoro di stesura della tesi procede, a rilento ma va avanti e se a Marzo non avrò una fottuta corona di alloro che mi cinge la testa mi infileranno direttamente tutto l’albero su per il culo. E per fortuna almeno non si tratta di un agrifoglio.



Intanto mi preparo a passare questo tristissimo Natale tra i soliti parenti che mi hanno già chiesto per la milionesima volta quando ho intenzione di darmi una mossa e quando la smetterò di fare il nullafacente mantenuto. E grazie a Dio non sanno che son frocio, già ce li vedo a far le crociate per farmi cambiare sponda. Va beh, l’importante è che mi sgancino soldi, poi posso pure sopportare le loro prediche infinite…



E voi ragazzi, cosa mi raccontate? Come procedono le vostre vite? Come state? Fatemi un po’ sapere qualcosa di voi…

Gigi

venerdì 11 giugno 2010

Non ce la posso fare…


Si lo dico ogni volta per ogni esame ma non so perché in questi giorni la situazione mi sembra terribilmente tragica. Peggio di tutte le altre volte. Stamattina ho deciso di svegliarmi alle 9 per avere a disposizione una mattinata di studio che in realtà si è rivelata una mattinata di puro cazzeggio.
Con la scusa che ultimamente sto facendo dell’ignoranza il mio stile di vita, dato che anche la parte seria del blog curata da Mirkos è venuta a mancare, ho acceso il pc per guardare le prime pagine dei quotidiani. Mi è venuta una tale rabbia leggendo Repubblica.it che ho deciso di spegnere tutto e andare a docciarmi. Tra una cosa e l’altra si son fatte le 10.30. Ho aperto diligentemente il libro, ho letto due righe ma c’era ancora qualcosa che non andava…
Il letto. Si porca miseria il letto. Resta sfatto 360 giorni l’anno, ma oggi era il giorno giusto per rifarlo e dare una parvenza di ordine alla camera.
Ore 10.45 rimetto per la seconda volta il culo sulla sedia quando giunge inaspettato un aiuto esterno. Dalla finestra spalancata provengono delle voci. Archivio quelle del mio cervello che mi intimano di restar seduto e mi affaccio ad ascoltare. Sono due ragazze che litigano in uno degli appartamenti che si affacciano sul cortile condominiale, sembrano entrambe possedute. Partono epiteti molto carini, tipo “Troia, Bagassa, Egua” (tutti sinonimi della medesima parola) che si protraggono per circa dieci minuti. Riesco a cogliere anche un “hai mangiato i miei tramezzini in frigo brutta bagassa, mi sono rotta le palle di te”. Nel frattempo i palazzi pullulano di casalinghe sui davanzali con le orecchie tese, nemmeno stesse parlando il Papa. Due ragazzi sul balcone sotto il mio fischiano e scommettono sull’evolversi della situazione, quando all’improvviso giungono dall’appartamento rumori sospetti. Addirittura meglio di un qualsiasi Pomeriggio 5, si stanno picchiando malamente. Pare arrivino altre ragazze a separarle perché le urla si moltiplicano e una delle contendenti viene allontanata.
Sono le 11.15 quando finalmente ricomincio a leggere qualcosa. Ma non c’è nulla da fare, mi sento insofferente. Probabilmente è dovuto ai cumuli di vestiti che giacciono su due sedie. Stanno lì da tre giorni, ma oggi giustamente è il momento perfetto per piegarli e riporli nell’armadio. Finisco a mezzogiorno esatto, perché sono un pò come Mary Poppins, quando riordino ho bisogno di cantare e ballare e mi prendo tutto il tempo necessario per farlo al meglio, mica come una Gemmadelsud qualsiasi.
Beh da mezzogiorno fino all’una c’è comunque tempo per far qualcosa…NO.
Visto che ero in vena ho svuotato il portabiancheria e ho caricato la lavatrice. Non contento ho deciso di liberare lo scarico della doccia, tappato da una settimana, per la millesima volta a causa dei capelli delle coinquiline. Roba che mi vien voglia di fare irruzione nelle loro camere durante la notte e sfregiarle con acconciature improbabili. Dopo aver rimontato il tutto si son fatte le 12.30….in parole povere ora di pranzo. Il che ancora una volta significa non prendere in mano un libro fino alle 14.00. E oggi alle 16.00 iniziano pure i mondiali…

Sono DISPERATO.

Gigi

mercoledì 9 giugno 2010

Copiare agli esami.


Si avvicinano giustamente gli esami di maturità e il mio consiglio per tutti i futuri diplomati (o almeno quelli che hanno deciso di studiare il programma di un anno solo in questi giorni) è quello di sbattersene e COPIARE. Copiate quanto più potete senza farvi sgamare.
Vi assicuro che è possibile, io ci ho costruito una carriera scolastica sui bigliettini, tanto che me la son portata dietro pure all’università. (Infatti ora si spiega perché ancora non mi sono laureato).
D’altronde già nel momento in cui si decide ciò che va scritto su un bigliettino e ciò che va eliminato si sta in un certo senso iniziando a studiare… (sta frase fa parte del processo che poi metterete in atto per sentirvi meno in colpa).
Io adottavo varie tecniche in base al professore. La mia preferita era quella dei bigliettini nella manica, messa in pratica però per ovvi motivi, solo in inverno. Seguiva quella dei libri aperti sotto il culo, da leggere allargando le gambe o degli stessi bigliettini da leggere allo stesso modo. Quando il professore si avvicinava al banco bastava chiudere le gambe. Oppure altra tecnica, quella della felpa nel sottobanco per ostruire la visuale ai prof ed estrarre tranquillamente i bigliettini dalla tasca. In base al docente si può tentare anche il tenere i bigliettini direttamente sul banco, sotto il foglio del compito, o meglio accanto, e dare uno sguardo ogni tanto.
Resta di FONDAMENTALE importanza organizzare bene ogni bigliettino.
Durante il compito d’esame non potrete perder tempo a trovare l’argomento che vi interessa, motivo per il quale dovrete sapere ESATTAMENTE dove andare a cercare. Io ho sempre avuto estrema difficoltà a barcamenarmi tra bigliettini fatti da altre persone proprio per questo motivo. L’ideale sarebbe sfruttare il casino che si crea automaticamente appena ogni studente riceve il foglio dell’esame per fare una cernita tra i bigliettini ed eliminare quelli che non servono, dopo aver dato uno sguardo veloce al compito.
Altro punto importantissimo riguarda il vostro ATTEGGIAMENTO.
Evitate di FISSARE il professore, di puntare lo sguardo SOLO sui bigliettini, fingete di scrivere se necessario, non muovetevi eccessivamente e non fate casino. Ma soprattutto non sentitevi in colpa! State facendo una cosa normalissima, una cosa che han tentato di fare TUTTI almeno una volta nella vita e che altri milioni di studenti tenteranno di fare dopo di voi. Ho avuto compagni di classe che tremavano e che sudavano quando dovevano ricorrere all’uso di bigliettini e che venivano puntualmente sgamati.
Quindi la parola d’ordine resta: TRANQUILLITA’.

Se questi consigli non vi sono stati d’aiuto, guardate un pò qui cosa si sono inventati:






Gigi

mercoledì 19 maggio 2010

Primo passo: Chiedere la tesi.


Già, una stronzata per molti, una vera e propria paura per il sottoscritto. Paura di domande troppo specifiche sull’argomento da trattare, paura di fare figure barbine al primo incontro, paura che il professore non accetti perché magari troppo impegnato, paura di vedermi appioppate tesi sulle quali non vorrei mai nella vita lavorare, come appunto successe col vecchio professore col quale chiesi la tesi che per ovvi motivi ho abbandonato praticamente subito, tra l’altro intascandomi un libro che mi aveva gentilmente prestato. E va beh, speriamo non sia in commissione di laurea!
Ieri mattina dopo una notte completamente insonne, complice una serie di sensi di colpa e un libro sulle torture nei lager nazisti (non propriamente una lettura tranquilla) mi reco in facoltà. Il professore è puntualissimo, me lo ricordavo molto più austero. Con casco alla mano, taglio giovanile e giacchetta con i jeans incute decisamente meno timore. Entro nel suo studio, mi fa sedere e mi chiede le mie preferenze riguardo la tesi e le motivazioni per le quali ho scelto un argomento di tipo antropologico. Cerco di rispondere senza a mio parere essere per nulla incisivo e convincente. Soprassiede e continua a farmi domande. Mi chiede se ho impegni dopo il colloquio. Lo guardo un pò stupito e dico no. Lui continua “lo sa cosa c’è dopo?” Io scuoto la testa mentre inizio a sentire le prime vampate di calore.
“E’ la settimana della mobilitazione contro i decreti Gelmini, non ne sapeva niente?”
“Ehm…no…”
“Ma scusi, lei li legge i quotidiani?”
Lancio una fune, pianto dei dardi sul cristallo, ma lo specchio sul quale cerco di arrampicarmi sembra insormontabile.
“Certo, guardo la prima pagina su internet, se l’articolo mi interessa poi me lo vado a cercare”.
“E non ha sentito nulla circa la mobilitazione? Scusi se mi permetto eh, poi ognuno è libero di guardare ciò che vuole, dal grande fratello alla pupa e il secchione alle soubrette mezze nude…”
Belllaaa, dopo nemmeno dieci minuti di colloquio mi ha praticamente etichettato come un pirla, ammorbato dalla tv, ignorante e che non legge i giornali. Finisco di arrossire e di biascicare parole a casaccio finché non mi interrompe con un “torniamo a noi”.
Mi stampa alcuni fogli, mi da indicazioni generali su come va impostata la tesi, mi consiglia alcune letture e mi fornisce utili motori di ricerca on line che devo ancora capire come si usano.
Detto questo, ora almeno ho qualcosa su cui lavorare…il traguardo sembra un pochino meno lontano…

Gigi

lunedì 22 marzo 2010

E venne il giorno (parte 2)

Arranco con le parole. Giuro che in quel momento ho pensato “ecco ci risiamo, stavolta mi manda via definitivamente”. Finché, come se la divina provvidenza avesse preso possesso di lei, mi dice “apri pure il libro e trovami il pezzo che ti sto chiedendo”. Mi son fiondato su quelle pagine come se contenessero rivelazioni scottanti sulla sessualità di Tiziano Ferro. Trovo quelle cinque righe scritte in grassetto maiuscolo, in una pagina completamente pulita, senza una minima sottolineatura fatta da me e le indico con il dito. Lei guarda il foglio, poi guarda me e dice sorridendo “Certo che siete poco furbi. Vi do la possibilità di aprire il libro in sede d’esame e voi venite col libro completamente BIANCO. Ma scrivetevela una parola di fianco, delle indicazioni ai lati”. “Non ho studiato da questo libro” ribatto io. Effettivamente era vero, (a prescindere dal fatto che la prefazione non l’avevo letta) il libro dal quale avevo studiato era in condizioni troppo pietose per essere aperto di fronte a lei. Se ad esempio devo ricordarmi le trame delle storie son solito chiamare le protagoniste con poco piacevoli epiteti. Quindi non è insolito trovar scritto “stà troia qui se l’è fatta col frocio represso, la puttanona l’ha presa in culo da tizio, oppure avendo beccato più di un errore ortografico (I dove non ci volevano ad esempio) ho evidenziato tutto dando dell’ignorante alla scrittrice che in questo caso, coincideva giustappunto con la prof. Lei sorride di nuovo e risponde “eccolo lì, tutti ogni volta tirano fuori questa scusa”. “E’VVVAAARO” mi difendo io, dando voce al Marco Carta che alberga in me. Finché non mi chiede di analizzare bene quei versi. Mi metto d’impegno, traduco, invento, lei annuisce, io proseguo. Si parla di “spiare le persone nella vita privata”, che è un pò quello che si propone uno degli scrittori del quale parliamo. Da lì al grande fratello il passo è veramente breve. Mi chiede se lo seguo, mi chiede chi ha vinto, mi chiede se il vincitore ha meritato, mi chiede quanti soldi ha vinto, si parla del suo malore in tv. Si torna ben presto seri, è già passata un’ora d’orologio. Decide di farmi una domanda simile a quella che l’ultima volta mi ha fatto fallire l’esame. Vuole farmi tradurre dall’inglese all’italiano una mezza pagina, però stavolta incredibilmente me la fa scegliere lei. Mentre cerco il pezzo che conosco meglio, continua a fare domande, non vedo l’ora mi capitino tra le mani quelle cazzo di righe. Le trovo, sospiro di sollievo, leggo e traduco. “Si vede che questa volta le hai fatte” mi dice. “Allora, che voto ti diamo?” Io già al settimo cielo per il fatto che comunque vada scriverà qualcosa sul libretto rispondo “faccia lei”. “27”. In tre secondi il mio libretto è sulla cattedra. Non posso fare a meno di notare la scrittura old style, tutta tremolante, simile a quella di mia nonna. Sbaglia perfino nella data, dove perde un 2 per strada. 19.03.010. Ma in fondo che mi frega, al massimo lo aggiungo io dopo. Firma. Mi alzo, ringrazio, saluto e vado via. Ha così fine, dopo poco più di tre ore dilazionate in due sedute, l’esame più lungo della mia carriera universitaria.

E’ finita, libri chiusi fino ad aprile. Spero.

Gigi

domenica 21 marzo 2010

E venne il giorno…

esame
Era il 19 Febbraio dello scorso mese, quando triste e sconsolato facevo il mio ritorno a casa, dalla quale ero uscito convinto di scrollarmi di dosso un grosso peso che in realtà poi ho continuato a portare con me per questi lunghi 30 giorni. Una spada di Damocle che pendeva dietro il collo, un costante senso di colpa che al minimo accenno di cazzeggio mi faceva stare in pena, tre cani da guardia pronti a sbranarmi, uno che mi svegliava la mattina alle 9.30 (ho dovuto imparare a rispondere agli sms per far finta di essere attivo, poi mi riaddormentavo, poi alla minima vibrazione rispondevo e così via fino alle undici di solito), un altro che mi impediva di vedere la TV di sera qualora non avessi studiato a sufficienza e un altro ancora che mi bombardava di sms per trascinarmi personalmente in facoltà. La parola che mi son sentito dire più spesso, manco a dirlo, è stata “STUDIA” o tutti i suoi derivati tipo “Hai studiato oggi?” " Mica “come stai?”, Mica “Ti Amo”. Oppure qualcosa tipo “Amo hai visto il nuovo video di Lady Gaga?” – Ma sei pazzo? Dura ben 9 minuti e trentadue secondi, non perder tempo, fila a STUDIARE” (licenza poetica). Ho imparato a farmela andar bene come dimostrazione d’affetto, anche perché non tarderò a sentirla riecheggiare ancora.


Ma sostanzialmente alla fine, ne sarà valsa la pena? I nostri eroi avranno raggiunto l’obbiettivo comune di riportare sulla retta via un povero studente reticente anche al solo contatto con i libri?

Venerdì Mattina…tensione alle stelle. La sveglia interrompe uno dei miei tipici sogni dovuti alla troppa astinenza. Quando arrivi ad immaginare una notte di sesso con Aldo Busi, allora capisci che è veramente giunto il momento di trombare come si deve. (Per inciso, secondo il mio subconscio ce l’ha piccolo). Doccia veloce e ripasso ossessivo compulsivo fino alle due del pomeriggio. Chiudo i libri, mp3 nelle orecchie riproduzione casuale, parte Celebration. Non c’è male. Aspetto l’autobus e in mezz’ora arrivo. Stavolta nessuna donna delle pulizie scassacazzo, ma son talmente teso che non riesco nemmeno a tirar fuori i libri dallo zaino. Cammino, mi siedo, mi rialzo, vado in bagno, leggo file interminabili di comunicazioni, tento di origliare dalle porte vicine al corridoio, guardo dalle serrature. All’improvviso la dolce vecchietta tremolante fa la sua comparsa.
“Sei qui per me?” dice con voce soave.
“Si, si ricorda, son quel ragazzo che il mese scorso ha dato l’esame e ora deve riportare le traduzioni” rispondo.
”Allora facciamo una cosa fatta bene”.
Sbianco. Oddio che vuol fare? “Accomodati” mi fa cenno di sedermi ed esce. Dopo una decina di minuti rientra con altre due ragazze, saranno le testimoni. Mancano le fedi e sembra un matrimonio. Nella mia ingenuità avevo pensato che mi avrebbe chiesto un pezzo qualsiasi delle traduzioni da portare e dopodiché che mi avrebbe spedito direttamente a casa con il voto sul libretto. Anche perché a parte quelle non avevo ripassato un emerito cazzo, per essere fini. Mai supposizione si rivelò più sbagliata…
Prima domanda, panico. Una delle cose che salto più spesso in tutti i libri sono le prefazioni. Non mi piace pensare di essere tanto sfigato da dover preoccuparmi della prefazione. Che poi alla fine in questo caso erano solo DUE pagine…lo so, ma quando uno è deficiente è una causa persa.
“ Parlami della PREFAZIONE del libro. Quali sono i motivi che hanno spinto l’autore a scriverla”. Il mio cuore si ferma. Il cervello piuttosto che pensare a una possibile risposta, cerca metodi per uscire dall’impiccio. E se giocassi la carta Mauro Marin? Potrei curvarmi, sbavare, biascicare le parole…ma se mi facesse continuare come la furbona che lo ha intervistato? Scarto l’ipotesi.
“Ehm…si…bene. Parliamo di questa prefazione…la funzione di una prefazione è….”

Quanto mi diverte lasciare la narrazione in sospeso. Se fossi sadico vi direi “ripassate qui domani, per sapere com’è andata….”

E infatti ve lo dico :)

Gigi

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