Visualizzazione post con etichetta sesso. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sesso. Mostra tutti i post

domenica 4 settembre 2011

La prima volta (summer re-edition EPILOGO)


Salutai tutti, nonni, zii, cugini, amici perfino il cane rompiballe. I suoi genitori mi chiesero di restare ancora qualche giorno, erano contenti. Li avevo aiutati spesso a preparare i tavoli o a lavare i piatti. Ma non riuscivo più a mentire. Il semplice fatto di stare lì significava prendere ogni giorno un pochino più coscienza della mia omosessualità e probabilmente non ero ancora pronto.
Mi proposero anche un impiego stagionale per quando sarebbe arrivata l’estate, con vitto e alloggio compreso, offerta che dissi avrei valutato, esami permettendo. In realtà non so per quale motivo, ma già sapevo che quel flirt di qualche mese avrebbe a malapena visto la primavera.

Salutai anche lui, tra i milioni di tentativi fatti per convincermi a restare ancora un po’. Rimasi neutrale anche di fronte alle sue lacrime. Non stavo bene, volevo solo rientrare a casa, stendermi sul letto, al buio della mia cameretta, da solo, e riflettere su quei tre giorni. Su ciò che era giusto e su ciò che era sbagliato. Sul fatto che prendendo definitivamente quella strada avrei vissuto per sempre da solo, perché non c’era spazio al mondo per due uomini che si volevano bene.

Fu uno dei miei viaggi peggiori. Tre ore di pullman che mi distrussero, nonostante la bellezza di tutti quei tornanti a picco sul mare incredibilmente calmo e azzurro. Mi accorsi appena varcata la soglia di casa che tutti quei pensieri avevano fatto in modo che qualcosa si rompesse tra noi. Non mi mancava. Ero felice di non dover più mentire, di non sentirmi più soffocato dalle bugie. Ma reputavo sarebbe stata una cattiveria immensa troncare tutto quella sera stessa.

Lo incontrai altre due volte. Una ebbi solo il tempo di salutarlo in macchina, mentre si spostava per lavoro, la seconda mi diede appuntamento in una delle vie più trafficate di Cagliari per una passeggiata tra i negozi.
Probabilmente lo shock per i vestiti osceni e vistosi che indossava quel giorno, il fatto che si notasse tra noi un certo imbarazzo ad andare in giro insieme e un dialogo esclusivamente incentrato sullo shopping, che io odio, mi diede il la per fuggire da quell’abbozzo di relazione.

Lo feci per telefono, vista la distanza che ci separava perché non avevo le palle di farlo vis a vis. Gli dissi tutto ciò che mi passava per la mente, esagerando, in modo che fossi certo che quella sarebbe stata l’ultima telefonata. Mi comportai da vero stronzo, ma pensavo che sarebbe stato peggio alimentare false speranze.

Mi scrisse lui, altre tre volte. Messaggi estremamente dolci, nei quali mi faceva sapere che gli mancavo. Risposi solo al terzo, chiedendogli malamente di sparire. E così fu…

Fino a quando un anno e mezzo dopo lo intravidi con un ragazzo nella stessa strada del nostro ultimo incontro. Lo riconobbi subito, nonostante avesse finalmente deciso di rinnovare il guardaroba e fosse dimagrito di parecchi chili. Lo pedinai come un perfetto stalker e quando si fermò di fronte a una vetrina, presi il cellulare e lo chiamai. Una di quelle cose che si fanno senza pensare, perché se ci avessi pensato mi sarei almeno chiesto cosa avrei potuto dirgli quando avrebbe risposto alla chiamata.

Estrasse il cellulare dalla tasca, guardò il display e lo rimise esattamente al suo posto, senza né rifiutare né rispondere.

E fu forse la cosa più saggia che fece durante tutti i nostri mesi di frequentazione.

Gigi

martedì 30 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 8°)


Quel pranzo fu un vero e proprio incubo e non solo per le portate quasi tutte interamente a base di pesce. Fu una specie di fuoco incrociato su di me, una sfilza di domande interminabili su cosa facessi, chi fossi, chi fossero i miei genitori, che lavoro facessero, dove abitassi.
Domande alle quali cercavo di rispondere a metà tra il serio e il faceto perché avevo paura di beccare un contatto tra quella famiglia e la mia.
Stavo lì in incognito, la mia posizione era nota solo al mio migliore amico e alla sua ragazza, nel caso fossi finito nella trappola di un serial killer approfittatore di giovani vergini indifesi, non potevo permettere che qualcuno ne parlasse ai miei.

Come avrei giustificato la mia presenza in quel paese sperduto della Sardegna?E chi era il ragazzo che mi ci aveva portato? Perché mi ci ero recato di nascosto? Tutte domande alle quali non avrei mai voluto rispondere. Per cui ogni volta che potevo sviavo la conversazione su altre persone, rincitrullendole con complimenti a gogò e domande fintamente interessate.

Per fortuna il resto della giornata fu decisamente molto più entusiasmante. Decidemmo di visitare le campagne intorno al paese, ricche di nuraghi e di segni imputabili agli uomini primitivi che secoli addietro avevano abitato quei luoghi. Sbattendoci di albero in albero e di pietra in pietra, strusciandoci ora qui, ora lì, scambiandoci baci furtivi e palpate ora al culo, ora al pacco, ci arrampicammo per qualche chilometro su un costone di roccia a picco sul mare, in cima al quale, di fronte alle onde che si infrangevano sugli scogli in quella fredda giornata invernale, mi strinse forte e mi baciò. Un bacio lungo e passionale, il primo dato a un uomo alla luce del sole, tanto che appena me ne accorsi lo spinsi velocemente indietro. Fu una specie di riflesso involontario, una molla che scattò nel mio cervello imponendomi senza pensare di fare così.

La felicità di quei momenti, all’epoca, purtroppo non durava nel tempo. Svaniva nell’istante in cui cessava la sorpresa di quel gesto, lasciando il posto ai soliti pensieri. Quelli che ti convincevano che tutto era sbagliato, il posto, la persona che ti abbracciava, le bugie dette per essere lì, quelle dette per continuare a restarci, tutto. Io in primis che prendevo per il culo un’intera famiglia sbattendomi il figlio nella stanza accanto a quella dei nonni. Chissà come avrebbero reagito una volta venuti a conoscenza della verità. Avrei tanto voluto stare lì senza il peso di tutte quelle stronzate. Ero stato accolto incredibilmente bene da tutti, mi avevano fatto sentire subito a mio agio, ma purtroppo non sapevano niente di me e non potevo fare a meno di chiedermi se quell’accoglienza sarebbe stata la stessa se avessi detto loro la verità.

Verità che ovviamente non arrivò mai, nemmeno il terzo giorno quando, dopo un’intera notte di sesso e tenerezze decisi che era finalmente giunto il momento di tornare a casa…

Gigi

sabato 27 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 7°)


Un tonfo sordo riecheggiò per tutta la camera. Quel letto maledetto cozzò contro il muro. I vecchi fortunatamente non si svegliarono. Sotto tonnellate di coperte, in boxer, morivo di freddo, quando chiusa la porta a chiave mi raggiunse anche lui.

Spense la luce prima di spogliarsi. Tanto che appena lo abbracciai ebbi per un attimo la sensazione di stringere un grizzly. Avevo immaginato, dai ciuffi che spuntavano dalle scollature delle sue magliette da tamarro che fosse un po’ peloso. Non quanto una tigre siberiana però. Non so per quale strano motivo iniziò a sballottarmi ora a destra ora a sinistra, come fosse un alligatore che ruota su se stesso per dilaniare la sua preda, mentre mi strusciava ovunque il suo arnese. Io non sapevo né cosa fossero i preliminari, né dove mettere le mani, perciò, per non saper né leggere né scrivere, cercai di andare sul sicuro.

Lesto come una volpe, dopo due giri di lingua intorno all’ombelico me lo ficcai in bocca, semidilaniandolo tra in denti. Se avesse potuto avrebbe bestemmiato, almeno a giudicare dalla sua espressione del viso, invece si limitò a un sofferto “è la prima volta, dimmi la verità!”

“Nooooooo figurati” risposi io “è la foga”. Si, un po’ era vero. Il primo pisello sbattuto sul viso dopo una pila interminabile di postalmarket e di giornaletti porno trovati per strada o spizzati di nascosto in edicola pareva quasi un dono divino. Il terzo segreto di Fatima fu invece il fatto che ogni uomo ce l’ha diverso oltre che nelle dimensioni, anche nella forma. Il suo curvava all’insù a mò di banana. Molto diverso dal mio. Mi pareva quasi strano maneggiare un arco.

Mentre arrossivo per la figura di merda e accentuavo i gemiti come nel peggior film porno, perché non sembrasse che non godevo abbastanza, lo sentii scendere piano piano. Fece quello che non riuscii a fare io. Come a dire “guarda e impara”. E ci sapeva fare, lo stronzo. 

Passarono più o meno due minuti scarsi quando esplosi di piacere. Mi baciò. Si componeva così una sequenza di azioni un po’ atipica, conclusasi poi da parte sua con una sessione di autoerotismo. Si, non ero propriamente un Dio del sesso. Ricordo il rumore delle decine di bracciali che circondavano il suo polso e il fatto che dopo cinque minuti mi ritrovai coperto di…

Tentai di rimediare al mattino, mentre il bar sotto casa passava Hung up di Madonna e decine di giovani schiamazzavano come le peggiori corteggiatrici della De Filippi. Lo svegliai senza praticargli una circoncisione senza anestesia, cercando di mettere in pratica ciò che lui mi aveva insegnato nella breve lezione della sera prima. Un aroma di caffé invadeva la stanza. I nonni al piano di sotto preparavano la colazione. A voler essere maiali, noi al piano di sopra stavamo preparando la panna. La seconda volta andò decisamente meglio, almeno dal punto di vista fisico.  

Infatti, al di là di quel tipo di piacere mi sentivo mentalmente distrutto. Provavo un senso di colpa fortissimo mentre suo nonno mi mostrava tutti gli alberi del suo orto. (Che detto così potrebbe suonare ambiguo, ma no, me li mostrava per davvero e si vantava, mentre io gli facevo complimenti) Pensavo alle bugie dette, a quelle che ancora avrei dovuto dire, sia ai miei che ai suoi genitori che si erano mostrati così tanto disponibili e carini con me. Provavo tristezza anche mentre in un angolino coccolavo quella stronza della sua cagnetta e pensavo che non avrei mai potuto reggere una vita intera fatta di menzogne e falsità.

Nel frattempo tra la cucina e la sala da pranzo, giusto per aumentare i miei sensi di colpa, i preparativi per una mega tavolata con tutti i suoi parenti erano quasi giunti al termine…

Gigi

venerdì 26 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 6°)

 
Tra il collo e la guancia. Perché non mi potevo aspettare altro da uno che per toccarti il pisello parte dal ginocchio. Forse sperava mi arrivasse fino a lì e si disperava ogni volta che salendo di qualche centimetro non lo trovava. 
Ma proprio sul più bello fece irruzione quel rompicoglioni del suo cane che si appese alla mia gamba, seguito da un rumore di passi che correvano su per le scale. Mi staccai bruscamente da quel caldo abbraccio e feci finta di cercare qualcosa nello zaino. Un pacco di fazzoletti saltò fuori provvidenzialmente mentre sua madre ci chiedeva se per cena avessimo preferito menù di pesce o menù di terra.
Avrei voluto rispondere “uccelli”, ma totalmente inebetito da quel secondo tentativo di contatto fisico non risposi. Fece lui al mio posto che disse l’unica cosa che non doveva dire. Pesce. Giocando maliziosamente col doppio senso che a quell’età ha ogni parola che esce di bocca. 
Odio il pesce, non sopporto l’odore, tollero a malapena la vista, schifo completamente i crostacei, i molluschi e qualsiasi cosa eccessivamente viscida.

Anelli di calamari fritti, polpi in umido, sardine al forno, insalata di mare, gamberoni, cozze e vongole servite in un piatto da portata gigante stracarico fino ai bordi. Non sapevo nemmeno da quale bestia iniziare, mentre tentavo di tenere a bada i conati che spingevano su per l’esofago. Il primo polpetto scivolo giù in gola come fosse una pastiglia. Non osai masticarlo. Immaginavo le piccole ventose che mi si attaccavano maledettamente al palato e gli occhi schizzare fuori dalle orbite mentre un molare gli comprimeva il cranio. Nel frattempo i gamberoni sogghignavano sul piatto, col loro occhio nero e quelle zampe luride che avevano solcato chissà quali fondali marini. Lo squartai con le mani cercando di imitare ciò che facevano gli altri, mentre staccavo col coltello pezzi abbastanza piccoli da poter essere ingoiati interi. Andò un po’ meglio con gli anelli di calamari fritti e con le cozze che, con tanti sorsi d’acqua, scendevano nello stomaco senza intoppi.

“E’ tutto buonissimo signor Stefano”, dissi tra un tentativo di rigurgito e l’altro. “non avevo mai mangiato del pesce così buono”. Falso come i provini di Amici. Non avevo mai mangiato pesce, punto.

“Chiamami pure Stefano, dammi del tu se no mi fai sentire vecchio”. Era un tipo affabile, mio suocero. Che se avesse saputo cosa sarebbe successo di lì a poco avrebbe trovato immediatamente modi alternativi di utilizzare i suoi set di coltelli da cuoco.

Dopo quell’estrema prova fisica uscimmo. Conobbi la maggior parte dei suoi amici, ai quali fui presentato come un cugino venuto da lontano. Solo uno fece fuoco su di me con una raffica di domande. Poco dopo venni a sapere che stavo per sbattermi il ragazzo che sognava da una vita.

A pensarci oggi mi chiedo quanto all’epoca fossi cretino. Catapultato in una città lontanissima dalla mia, con gente che non avevo mai visto in vita mia, mentre il ragazzo che “frequentavo” da pochi mesi

   mi faceva conoscere genitori, parenti, amici e perfino conoscenti. Perfino le bariste che gli servivano il caffè ogni mattina. 


Ma la conoscenza che più di tutte mi colpì, fu quella col suo pisello, quella stessa sera, mentre mi maledicevo per aver scordato come un pirla il pigiama a casa.

"Non ne hai bisogno” disse lui, mentre con uno spintone mi fece letteralmente volare sul matrimoniale. Nella stanza accanto, i suoi nonni, alle due di notte dormivano beati.

Gigi

giovedì 25 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 5°)


Intorno a noi decine di casalinghe si destreggiavano tra uno scaffale e l’altro alle prese con l’eterno dilemma “convenienza o qualità”? 
Alcuni ragazzi che probabilmente avevano marinato la scuola sbraitavano nel reparto dolciumi. Li ricordo bene perché avevo paura che mi notassero, avevo paura che qualcuno lì intorno mi conoscesse, avevo paura che qualcuno capisse ciò che in realtà stava succedendo. 
Ci stringemmo la mano e ci demmo due baci casti sulla guancia. Come due vecchi amici che si rincontrano dopo tanto tempo. 
Ho da sempre il terrore del silenzio dopo i primi minuti nei quali si incontra qualcuno. Tipo quando saluti con i classici due o tre baci e nel frattempo butti lì un “come va?” che si accavalla al “come va” dell’altra persona e innesca un “bene tu?” - “bene grazie”. E dopo bisogna vagliare velocemente le ipotesi che nel cervello suggeriscono la prossima mossa per non fare la figura del pesce lesso. 
Figura che poi puntualmente faccio, grazie a un’innata capacità di surfare sulle banalità da primo incontro.

“Ti facevo più alto”. Sono questi i momenti in cui vorrei picchiare forte la testa contro un muro o tirarmi un calcio sulle palle. Fossi alto, dico, ci potrebbe anche stare. Ma un candido volpino che incontra uno yeti dovrebbe solo avere la bontà di tacere. Perché poi solitamente mi sento rispondere “anche io” nel migliore dei casi, “ma se mi arrivi giusto giusto lì”, nel peggiore. Che poi tanto peggiore non è. Quando la conversazione sfocia nelle allusioni sessuali mi sento più a mio agio. 

Lo accompagnai alla cassa, notevolmente imbarazzato. Indossava degli orecchini orribili, una patacca mostruosa in un orecchio e un coniglietto di playboy luccicante sull’altro. Una catena che avrebbe fatto felice Fiammetta Cicogna, di quelle che si usano per bloccare cancelli e biciclette, con annesso crocefisso gigante, campeggiava sopra il suo petto villoso, nascosto da una maglietta dentro la quale si poteva stare solo in apnea. Lo aiutai ad imbustare la spesa e ci avviammo alla macchina. Iniziai a sfotterlo simpaticamente per tentare di smorzare la tensione, senza esagerare. Una lucertola terribile, scolorita dal sole, faceva capolino sul cruscotto, mentre un paio di dadi pelosi la osservavano appena dietro lo specchietto retrovisore. 

Parlammo tanto, ci raccontammo di come fosse strano vederci dopo quei mesi di telefonate e di messaggi, di come fosse bello finalmente guardarci negli occhi, di come fossero diverse le nostre voci live. Decidemmo di andare a pranzo al Mc Donald’s più vicino. Io non avevo comunque fame, lo assecondai e ci sedemmo al tavolo a commentare il culo di ogni ragazzo che ci passava davanti. Parlammo tanto della mia paura di essere scoperto dai miei, del come giustificare la nostra “amicizia” ai suoi. Cercammo di mettere su delle teorie convincenti e alla fine optammo per la più stupida e improbabile. Conoscenza alla visita di leva, che ovviamente io non avevo mai fatto avendola rimandata per motivi di studio.

L’imbarazzo ben presto lasciò il posto ad una sorta di complicità; decidemmo di partire. In macchina, lo ricordo come fosse oggi, riecheggiava “t’innamorerai” di Marco Masini. Lui cantava, io conoscevo solo il ritornello. La sua mano aveva iniziato a percorrere con una certa nonchalance i miei blu jeans, partendo dal ginocchio. In silenzio pregai che si sbrigasse a salire perché il ginocchio non è mai stata per me una zona propriamente erogena. Qualcosa però ancora mi bloccava, non riuscivo a star tranquillo, non mi comportavo come avrei voluto, non mi sentivo completamente libero. Mezz’ora (ancora oggi non so come ho fatto a resistere tanto al sonno patologico che mi assale su qualsiasi mezzo di trasporto) e la sua mano scivolò nell’interno coscia. Sotto le religiose vesti cominciò ad intravedersi la perfetta unione tra Ilona Staller e Moana Pozzi. “From Jamaica to the world, it’s just love, it’s just love” cantava Bob Sinclar. Probabilmente stanco di vedermi inerte, inutile come un manichino nudo nella vetrina di negozio di vestiti, prese la mia mano e la posò delicatamente sul suo ginocchio. Probabilmente era un feticista. Con quella mossa tuttavia mi aveva dato il la, aveva liberato le mie voglie assopite e in meno di cinque minuti risalii fino al pacco. Mi sfiorò il pensiero di piantarci anche la lingua, ma avevo vent’anni e avrei voluto viverne almeno altri 80. La cintura borchiata, stretta due buchi di troppo, mi fece desistere dall’infilare la mia mano dentro le sue mutande. Mi limitai all’apertura della zip dei jeans, come se al primo Autogrill volessi portare il suo uccello a pisciare.

Finalmente arrivammo da lui. Ad accoglierci nel cortile di casa, sua madre e sua nonna. Non so per quale motivo ma a volte la mia mente fa delle associazioni strane e me le ripropone nei momenti meno opportuni. Succedeva spesso in chiesa, quando sull’altare alla destra del parroco, mi imponevo di non ridere e puntualmente, di fronte a tutti non riuscivo a trattenermi. O come durante la veglia pasquale quando pensando in continuazione di dover restare sveglio mi addormentai sulle sedie rivestite di raso rosso alla destra del tabernacolo.  
In quel caso, mentre sua madre festante mi porgeva la mano per salutarmi, io non potevo fare a meno di pensare “signora, sapesse cosa stringeva questa mano venti minuti fa”.
Il tempo dei soliti convenevoli, di conoscere sua nonna e la sua cagnolina, di bere una Fanta e andammo a casa dei suoi nonni, dove appunto avremmo dormito. L’appartamento era deserto, mi accompagnò in camera. Nella penombra svettava un letto rigorosamente matrimoniale. Poggiai la valigia e mi voltai per uscire, quando lui mi afferrò da dietro e mi strinse forte. Delicatamente mi appoggiò all’anta dell’armadio e mi baciò…

Gigi

lunedì 22 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 4°)


Recitava più o meno così:

“Sono a Cagliari. Oggi dormo da un’amica, domani se ti va possiamo vederci, ma dopo devi venire via con me”.
Iniziai freneticamente a guardarmi attorno. Non l’avevo mai visto e lui non aveva mai visto me, ma l’idea che fosse in città mi metteva agitazione. Ci eravamo descritti spesso. Cercai tutte quelle caratteristiche che potevano balzare all’occhio. Alto circa un metro e ottanta, crestino semibiondotinto, orecchini. Mi resi quasi subito conto che la descrizione corrispondeva a quella del fighetto cagliaritano medio. Decisi di chiedere cosa intendesse con il “vieni via con me”, dato che il programma di Saviano e Fazio su raitre era ben lontano dall’essere messo in onda. 

La risposta mi gelò.

“Voglio portarti a casa mia, farti conoscere i miei amici, la mia famiglia, il posto in cui vivo”.

Sbottai malamente, lo chiamai e lo insultai. Purtroppo all’epoca non avevo ancora ben chiaro il concetto di diplomazia. In effetti cos’avrei potuto aspettarmi dalla stessa persona che aveva detto di volermi bene dopo sole poche ore di conoscenza. Gli dissi di odiare profondamente queste cose, di odiare il suo bruciare le tappe ad ogni costo, di odiare questo tipo di sorprese. Avrei preferito incontrarlo senza condizioni, ma purtroppo non riuscimmo a trovare un accordo. Misi giù. Lui continuò a chiamare, io non risposi. Fino all’una di quella sera, quando

stanchi e sfiniti decidemmo di smettere di litigare.
Parlammo del più e del meno come ogni notte. Parlammo di quell’incontro progettato da giorni e che forse stava per diventare realtà. Parlammo dei nostri sentimenti, delle nostre emozioni, delle nostre paure, delle nostre paranoie. In fondo mi trovavo bene con lui, avevo  imparato a conoscerlo, mi fidavo. Senza che ancora oggi mi sappia dare una motivazione logica e sensata, gli comunicai di sentirmi finalmente pronto alla partenza con lui.

Il fatidico incontro avvenne all’interno di un centro commerciale, l’indomani alle nove di mattina. Il che significava dormire si e no quattro ore, ma quando si è giovani e sani lo si fa senza nessun tipo di problema.

La sveglia suonò ben due ore prima dell’incontro. Stanco e teso mi preparai. Avevo una fottuta paura. Non ci eravamo mai visti nemmeno in fotografia. Iniziai a chiedermi (alla buon’ora) come avrei fatto a riconoscerlo. Mi si strinse lo stomaco e una vagonata di domande mi piombò addosso. E se non gli piaccio? E se non mi piace? E se non riesco a parlare? E se rimane deluso? 
Uscii di casa col tipico mal di pancia da primo incontro e in venti minuti arrivai al centro commerciale, entrai. 
Decisi di coprire tutta la superficie del supermercato partendo dal primo scaffale. Freneticamente iniziai la ricerca. Lui no, lui no, lui no. Lo ricordo come fosse oggi, arrivai al banco della macelleria. Stava lì, carrello semipieno che ordinava della carne. Alto, orecchini, crestino semi-biondo, non magrissimo, occhiali, jeans, maglietta blu a maniche lunghe con orologio bene in vista chiuso sopra la manica. Non avevo dubbi era lui. Il primo impatto fu abbastanza deludente, come faccio di solito, avevo viaggiato molto con la fantasia. Sognavo Brad Pitt e mi si era presentato davanti Antonino di Amici nonsoqualeedizione. Lo seguii, cercai di carpire qualcosa in più sulla sua personalità da ciò che infilava nel carrello, come uno di quei test idioti che si trovano su Oggi. “Dimmi che pasta compra e ti dirò chi è”.  Dopo una decina di minuti, poco prima di incorrere in eventuali denunce per stalking,  passai velocemente nel corridoio tra gli scaffali di fianco al suo e lo aspettai al varco, come se lo dovessi stordire a colpi di baguette. Appena fu davanti a me bloccai col piede il suo carrello. Come a dire “bello, o paghi il pizzo o non prosegui”. Ci guardammo negli occhi. Due secondi di smarrimento, un sorriso da ebete e finalmente ci conoscemmo.

Gigi

sabato 20 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 3°)


Le verità del ghiaccio, ultimo libro di Dan Brown stampato qua in Italia, fu il regalo di quel famoso 23 Dicembre 2005. Verità scomode, pesanti, che non riuscivo più a tener dentro. Verità che con gli anni premevano, mi laceravano, mi facevano sentire bugiardo, mi impedivano di parlare sinceramente ai miei migliori amici. Avevo bisogno di raccontare ciò che stavo vivendo, di condividerlo con le persone a me più care, di ricevere raccomandazioni e consigli che mai avrei ascoltato. E così, all’una di notte, in un parcheggio deserto della mia città, vuotai il sacco. Ma non lo feci con l’intenzione di dire proprio tutto. C’erano ancora troppe cose che testardamente non ammettevo a me stesso, non ero certamente pronto a farlo con altri.

Così cercai la via più semplice per sottolineare che il mio “grado di omosessualità” era piuttosto basso.

“Ho conosciuto un ragazzo, ci sentiamo da più di un mese e abbiamo deciso di vederci”

Silenzio.

“Vorrei provare a combinare qualcosa, vorrei capire se potrebbe funzionare, ma niente di impegnativo, ci voglio solo trombare”

Silenzio.

“Nel senso che non sono sicuro che possa piacermi, magari mi fa schifo, magari mi piace, è giusto una curiosità a livello sessuale che voglio togliermi. Comunque non provo niente per lui”

Mi guardarono, io sorrisi imbarazzato. Non sapevano che dire. Dopo una serie di secondi interminabili iniziarono a parlare, insieme. Si fermarono e ripresero, ancora insieme.  Finché lui per primo riprese la parola

”Lo sapevo, lo immaginavo, te lo dicevo. Te lo dicevo che eri frocio” sorrise. “Ma sei sicuro di questa cosa? Ne sei convinto? Mah…sono perplesso. Magari è una cosa passeggera, forse non dovresti più sentirlo”

Rispose direttamente lei, rivolta a lui:

”Ma smettila, deve fare quello che si sente. Se lo vuole incontrare fa bene, se è indeciso è giusto che si tolga ogni dubbio”

Lui:

“Dove l’hai conosciuto? Come si chiama? Quanti anni ha?”

Io risposi, cercai di raccontare qualche aneddoto, qualche storia che ci riguardava.

Lui restò comunque perplesso. Era visibilmente preoccupato, non si era mai fidato delle persone conosciute sul web. Ipotizzò che per quanto ne potessi sapere io, sarebbe potuto essere pure un quarantenne ed avere inventato un’identità fittizia.
Si incazzò anche per le mie parole.

“Lo vuoi trombare? Vuoi trombare uno che non hai nemmeno mai visto? Ma ti rendi conto? Ma nemmeno gli animali”. 

Cercai di fare l’indifferente. Provai a ridimensionare le crepe di quella corazza di ghiaccio che fino ad allora mi aveva impedito di parlare. Preso da un’improvvisa paura, sottolineai il fatto che di lui, sentimentalmente parlando, non mi importava niente. Che per me si trattava di un gioco, una curiosità, un numero. “Ci vado a letto e dimentico, basta”, dicevo.
Più mi giustificavo più peggioravo la situazione tanto che mi feci riaccompagnare a casa. 
Poco dopo, lei mi scrisse un sms. Erano ancora insieme, cercò di tranquillizzarmi. Ammisi di aver fatto dei ragionamenti assurdi e dissi di provare qualcosa oltre il puro piacere fisico di fare sesso con un ragazzo. Li sommersi con le solite paranoie. Paura di non essere capito, paura di essere lasciato solo, paura di venire sputtanato. Paure infondate. Finché non mi convinsero ad andare a dormire scacciando tutti quei pensieri pessimi che mi avevano fatto rasentare la tachicardia. Avevo fatto il mio primo coming out. Una cosa normale per molti, una piccola conquista per me.

Tra parenti, cenoni, pranzi, panettoni e regali trascorsero quelle particolari vacanze Natalizie. Avevo già stabilito la data del rientro a Cagliari. 7 Gennaio 2006, il giorno dopo l’epifania. E proprio sulla via del ritorno arrivò un messaggio che mai mi sarei aspettato…

Gigi

giovedì 18 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 2°)


“Pronto”, rispose lui.

Scoppiai a ridere. E’ un must quando sento per la prima volta la voce di qualcuno che ho sempre sentito per sms o in chat. Perché in quel momento le aspettative che nel frattempo mi sono fatto trovano conferma o vengono completamente smentite.
Parlammo per delle ore, raccontandoci l’impossibile e sfiorando, quella sera stessa l’ipotesi di incontrarci un fantomatico giorno.

Si, tipo come quando dici a un amico “ci vediamo presto per un caffé”, e nel momento in cui lo dici sai già che non vedrai per un bel pezzo né lui né quel caffé.

Abitando a 170 chilometri di distanza, separati da strade di montagna e tornanti a picco sul mare era molto complicato vedersi. Ci sarebbero volute ore di pullman e nonostante avessimo ormai iniziato a fantasticare su un nostro possibile incontro, nessuno dei due pareva seriamente intenzionato ad intraprendere un viaggio simile. Ma il problema principale non era quello. Entrambi non eravamo ancora dichiarati, nessuno né amici né conoscenti sapeva di noi. Ancora vigeva quella paura che ti porta ad essere sempre e comunque cauto, che non ti permette di esporti, che non ti fa star tranquillo, che ti fa porre mille interrogativi e che non ti fa sentire libero come in realtà vorresti.

Da quella sera in poi, tuttavia, iniziammo a telefonarci ogni notte prima di dormire. Con la pioggia, con il vento, con il gelo di Dicembre io ero comunque contento di scappare in strada quando la nona sinfonia di Beethoven riecheggiava nella mia camera. Fino a quando non provai ad infilare la testa sotto due coperte e un piumino. La voce così veniva soffocata e nella camera di fianco alla mia non si sentiva niente, scongiurando finalmente l’effetto “casa di Barbie” e dando il via all’evento “30 gradi a Natale in pochi minuti”.

Quelle settimane segnarono una svolta importante nella mia vita. Mi aiutarono a prendere coscienza del fatto che non facevo niente di male. Dopo quasi due mesi e ore di telefonate mi ero affezionato a lui, ci stavo bene, mi piaceva, desideravo conoscerlo di persona. Avevo un pò meno paura e dovevo approfittarne. Chiesi così al mio migliore amico e alla mia migliore amica di uscire insieme. Era il 23 Dicembre del 2005. La scusa ufficiale era il consueto scambio di regali. In realtà mi sentivo finalmente pronto.

Pronto per il mio primo doppio coming out…

Gigi

mercoledì 17 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition)


2 Novembre 2005
Era una sera come le altre, solito posto, solita chat, solite persone. Quando mi scrisse per la prima volta lui, che aveva un 85 nel nickname, che per me era già un ottimo biglietto da visita. Uno dei pochi che si differenziava dai soliti 22cm o da date di nascita che rasentavano la preistoria alla ricerca di qualche baby-dinosauro.
Parlammo fino alle quattro di quella mattina, lui in un italiano stentato che mi faceva girare le palle, io che tentavo di capire ciò che diceva tra una doppia in più, una h in meno e gli accenti delle e a puttane. Mi chiese il numero di cellulare, che io ovviamente non davo quasi a nessuno. Mica perché me la tiravo, avevo solo paura che tramite numero risalissero alla mia identità attraverso controlli incrociati delle forze dell’ordine. Non ero paranoico, di più.
Stremato dai miei no, lui che l’indomani avrebbe dovuto svegliarsi alle sei per preparare le colazioni nel bar-ristorante dove lavorava, lanciò lì un “Ti Voglio Bene”.
Ecco, fuori luogo come cantare Zombie dei Cranberries al funerale di Mike Bongiorno. Passò tutta l’ora successiva a scusarsi, sotto i miei pesanti cazziatoni e tutto ciò che ottenne fu la possibilità di sentirci ancora il giorno dopo. E solo per pietà.

3 Novembre 2005
Le scuse continuarono per tutto il giorno successivo. Ho un debole particolare per le persone che lavorano. Non nel senso che portano soldi a casa permettendomi di fare il mantenuto. Non lo so, a un ragazzo che lavora, attivo, che campa dai frutti delle sue fatiche e che per questo non ha concluso gli studi, posso anche perdonare la valanga di errori grammaticali. Alla fine, ciò che si prova, si può dimostrare anche con i fatti, senza necessariamente scriverlo su carta o per sms.
Così gli diedi il mio numero di cellulare e cominciò il nostro romanzo epistolare dell’estate in sms, roba che dovrei citare Alfonso Luigi Marra per violazione di Copyright.
Dopo due settimane

arrivò la fatidica telefonata. Io avevo tempi abbastanza lunghi, facevo sempre le cose con calma, non ero abituato a conoscere ragazzi vivendo in un piccolo paesino di provincia.
Era tarda sera, lui era in macchina, aveva appena portato a termine la sua consegna. Io stavo a casa, un appartamento degli anni sessanta con le pareti in cartapesta dove la privacy non era ancora stata inventata. Indossai il giubbotto e mi precipitai in strada per rispondere. Le pettegole della mia strada non erano nulla in confronto alle paraboliche dei miei coinquilini.
 
“Pronto….”

Gigi

domenica 14 agosto 2011

Un nuovo inizio. No beh, non proprio.

Era il lontano giugno del 2009 quando tentai di raccontare la mia prima volta a letto con un uomo. Anche all’epoca si trattava di un racconto diviso in più parti, che a rileggerlo ora mi fa un po’ rabbrividire per quanto fossi stupido due anni fa. Che poi a rileggere queste righe tra due anni sarò stupido uguale e così via. Dicono che tutti gli autori di stocazzo reputino stupide le proprie opere e talvolta non riescano proprio più a rileggerle. Come i cantanti che odiano dover cantare dopo dieci anni di tour e di dischi il singolo che li ha resi famosi.

E niente, diciamo che quella fu una storia che rimase incompleta. Anzi peggio, si interruppe proprio nel culmine della passione. Come la preview di un film porno che guarda caso blocca il caricamento proprio quando il figo di turno si è appena calato le braghe.

Visto che siamo in estate, che l’estate è un ottimo periodo per le repliche, che anche in Tv non mancano i vari taglia e cuci, visto che sarò in vacanza e non so bene con quale frequenza potrò pubblicare, visto anche che i lettori che avevamo nel 2009 sono un po’ cambiati rispetto a quelli 2.0 del 2011, visto che purtroppo di prime volte non credo ne avrò tante altre e devopurcamparesuquellechehoavuto, visto che pure il cinema ha osato mandare in sala una riedizione dell’esorcista, per l’occasione riediterò le cinque parti riguardanti la mia prima volta e darò loro la degna conclusione che meritano.

Dove? Qui su Blog In Pillole nei prossimi giorni.

Gigi

P.S. E non provate a cercare la vecchia edizione…perché è sparita :)

martedì 26 luglio 2011

La prima volta in webcam (Epilogo)


“Sono stanco di dire bugie ai miei genitori, non posso prendere il treno quando voglio senza dire loro dove vado”. Fu la sua risposta.

"Che ti frega, bugia in più bugia in meno”. Tentai di replicare nell’estremo tentativo di non venire scaricato per la seconda volta.

"No basta, mi dispiace, non me la sento”. Troncò di botto il discorso.

Liquidato in due messaggi. Gli scrissi se potevamo comunque continuare a sentirci, convinto del fatto che prima o poi sarei riuscito a portarmelo a letto. Quello strano rapporto unidirezionale mi aveva completamente fatto uscire di testa.
Ma la vita, purtroppo o per fortuna, non è un film Bel Ami. Non bastano due sguardi complici e quattro battute erotiche prima che un pisello ti venga sbattuto in faccia, nella migliore delle ipotesi. Qualcosa in quell’idillio che mi era parso di vivere fino a quel momento si era rotto per sempre. Gli scrissi altre due volte nei giorni seguenti, per puro masochismo. Al primo messaggio non ricevetti risposta, al secondo si, fu una replica agli insulti che gli mandai. Insulti pesanti, perché c’ero rimasto davvero male. Insulti che non so se meritava, alla fine a parte i brucianti strascichi, mi ero divertito anche io. Insulti che comunque in quel momento secondo me ci stavano bene. Come un bicchiere d’acqua dopo un gelato o la coca cola al Mc Donald’s.

Col senno di poi, tuttavia, penso che una bella batosta era quello che ci voleva. Perché fino a quel momento ero convinto di esserne immune. Immune dalle pene d’amore. Fino a poco tempo prima ero io che acchiappavo dei poveretti, facevo perdere loro del tempo e quando mi stancavo e le cose iniziavano a diventare troppo serie inventavo scuse su scuse per chiudere tutto. Non lo facevo con cattiveria. Mi sentivo solo. Ero strapieno di amici ma nessuno sapeva di me. Cercavo di dominare l’ansia che mi provocava quella situazione condividendone alcuni aspetti con persone che ogni tanto acchiappavo in chat e che sentivo per mesi. Quando mi chiedevano di vederci glissavo o sparivo. Insomma, un po’ quello che aveva fatto lui con me. Magari aveva solo paura, magari non accettava ancora alcuni aspetti di sé.
Finalmente avevo espiato parte dei miei peccati. Avevo abbandonato per una volta il ruolo di castigatore. L’inculata, in quel caso purtroppo solo metaforica, l’avevo presa io. Un’inculata rude, dolorosa, di quelle piazzate a tradimento senza lubrificante.

Da lì in avanti andai con i piedi di piombo e smisi di fare lo stronzo. Portavo avanti solo le conoscenze che mi stimolavano e dalle quali avrei voluto nascesse qualcosa di più di un semplice scambio epistolare o combattimento di cazzi in webcam.
Tuttavia, non pago della pessima esperienza con i ragazzi più giovani, di lì a poco persi altro tempo con un ragazzetto tre anni più piccolo di me. Sveglio, carino, abbastanza divertente e tremendamente dolce. Studiava Economia Politica, al primo anno, cercava uno che tra le altre cose gli facesse da Cicerone. Io, al massimo, avrei potuto fargli da Cicciolina. Almeno lì arrivai al secondo appuntamento, ma era evidente che le cose non potevano funzionare. Lo incontrai la prima volta sotto un lampione nel centro di Cagliari. Dal vivo era anche meglio, ma non scattò, per entrambi la fantomatica scintilla. E le sue mutande antistupro a cuoricini non aiutavano di certo. Di quell’esperienza mi rimase la conoscenza del sito Spetteguless.it, al quale mi indirizzò lui, citando un fantastico post sull’omosessualità di alcuni ragazzi di Amici di Maria De Filippi. Grazie a quel post e a tanti altri dei quali spizzavo le foto profilo dei commentatori, conobbi Blog al 2^, di Ale e Lolò, che portò alla mia prima volta in quel di Roma con la conoscenza di splendide persone e in seguito alla collaborazione con Mirketto e alla nascita di Bloginpillole. Per vie traverse, con una serie di coincidenze paurose, quello stesso appuntamento mi portò in poco più di un anno alla conoscenza di Andrea. Insomma, senza saperlo quel piccoletto dell’88 mi cambiò la vita. Ironia della sorte, anche lui si chiamava Andrea.


Ma tra un Andrea è l’altro intercorse un altro ragazzo, due anni più grande di me. Avevo deciso di dire “altolà ai minorenni”, (si a Valsoia) visto che portavano solo beghe. Citofonare Ruby Rubacuori. Fu durante uno dei nostri primi appuntamenti al porto, sotto una fantastica luna, in una freddissima notte di dicembre inoltrato che, abbracciati all’interno della sua macchina, cominciammo a parlare delle nostre esperienze precedenti. Raccontai proprio tutto, di getto, e solo alla fine, sorridendo mi disse:

"Aveva un pupazzo rosa/bianco come immagine del profilo?”

""S-si” - Risposi balbettando.

""il suo indirizzo MSN era…”. Non c’erano dubbi, era incredibilmente esatto. Lo ricordavo ancora a memoria. Sorridevo, a quel punto ero felice, stavo uscendo con un ragazzo che mi piaceva e Gigi era diventato solo esperienza formativa. Un credito extra.

"L’ho sentito fino a una settimana prima di conoscere te, ci sentivamo spesso, anche perché non ha molto da fare durante il giorno”.

”In che senso?” Chiesi piuttosto incuriosito.

"Ah ma quindi l’ultima volta che l’hai sentito tu….”

Su quelle ultime parole mi si gelò il sangue. Furono un cazzotto nello stomaco, di quelli che ti lasciano quei dieci secondi senza respiro. Non chiesi nulla, né come stava né come successe tutto, fu lui a continuare. Quel momento lo ricordo ancora oggi. Ricordo un brivido violento lungo la schiena, un misto di incredulità e dolore. La voglia, nonostante i mesi di sofferenza che mi aveva lasciato in eredità, di prendere il telefono e chiamarlo per sapere come stava, se soffriva.

Domande banali insomma.

Era ovvio che soffrisse.

Un brutto incidente in macchina di ritorno da una discoteca, aveva interrotto, probabilmente per sempre, a 17 anni, il suo sogno di poter diventare un giorno schiacciatore della nazionale italiana di pallavolo.

Gigi

domenica 24 luglio 2011

Pagamento in natura. Sesso in hotel.


Un imprenditore svedese, possessore di una catena d’alberghi in tutto il mondo, ha da poco annunciato che tra non molto, per poter alloggiare in uno dei suoi lussuosi hotel, si potrà pagare in natura.

L’idea, secondo me geniale, è quella di aprire al mondo le camere da letto di giovani coppie che, per pagarsi il soggiorno, potranno farsi riprendere mentre fanno sesso, tramite discretissime webcam. Tutto il materiale poi ovviamente finirà in rete, su siti specializzati, dove orde di segaioli vedranno in diretta le immagini private e pagheranno l’accesso con denaro sonante.

43 milioni di euro è il guadagno annuo stimato.

La notizia mi è stata passata dal consorte e la mia domanda è stata quasi d’obbligo, “tu lo faresti?”. Ovvia anche la sua risposta, “si”.

E pure io devo dire che approvo. Visti i tempi che corrono, vista la sanguinosa riforma del fisco che ben presto ci taglierà le vene, visto che comunque si tratta di fare sesso col proprio compagno/a, cosa che si presume due persone in vacanza facciano MINIMO una volta al giorno, ma anche due o tre, tanto vale cogliere la palla al balzo e cercare di risparmiarci su!

Ovviamente bisognerebbe leggere bene le condizioni, vedere di che tipo di hotel si tratta, si insomma, se ne vale veramente la pena. In linea di principio non la trovo un’idea malvagia.
Ma ora la domanda la rigiro a voi, vi fareste riprendere nell’intimità della vostra camera d’hotel, mentre giocate col vostro compagno/a? Si, insomma per soldi.

Ah, senza ipocrisia, aggiungo che dal mio punto di vista non si tratta solo di soldi. Cioè, la trovo un’idea quasi eccitante…

Buona Domenica Blog.

Gigi

sabato 23 luglio 2011

La prima volta in webcam (penultima e settima parte)


Arrivai a casa incredibilmente dispiaciuto. Ogni ora che passava era una stilettata nello stomaco. Stavano morendo trafitte una a una tutte le farfalle che in quel mese e mezzo lo avevano animato. Gli scrissi ancora, in un impeto di patetismo. Ero stupido all’epoca. Ero convinto di poter controllare tutto. Lui mi avrebbe risposto, in virtù di quello che avevamo costruito in tutti quei giorni. Perché non aveva la stessa mia esigenza di stare insieme ogni minuto?

Perché non era uno stalker. Anche se all’epoca forse nemmeno esistevano. O meglio, la Hunziker ancora non li aveva portati alla ribalta.

"Perché non rispondi ai messaggi?”

A pensarci ora rabbrividisco. Avevo lo stile di una campagna pubblicitaria contro l’abbandono degli animali. Una versione modificata di quella con Rocco Siffredi protagonista. “Non ti faccio pena? Inculami ti prego”.
In queste circostanze le domande non funzionano. E’ sempre così. Ma sono cose che si imparano con l’esperienza. Se non ti ha risposto prima, cosa ti fa credere che ti risponda dopo?
E infatti così fu. Passai una notte insonne, a rigirarmi tra le lenzuola appiccicaticce per il gran caldo cagliaritano e a lottare contro le zanzare, ammazzandomi e ammazzandole tra un pensiero e l’altro. Nemmeno il sorgere del sole fece cessare i miei dubbi e l’inizio di una nuova giornata coincideva semplicemente con l’inizio di un nuovo giorno d’attesa. Perché a pochi chilometri di distanza da me, probabilmente si stava svegliando anche lui. Faceva colazione, lottava con l’alzabandiera mattutino, si preparava per andare a scuola, forse. O era in ospedale, peggio era morto, era caduto in un fosso, aveva avuto un grave incidente in scooter.

E’ colpa di mia madre. L’apprensione dico. Per lei qualsiasi cosa può potenzialmente portare alla morte. “Non passare tra l’erba alta che ci sono le zecche, ti pungono e muori”. “Non accarezzare quel cane, può avere la rabbia, ti morde e poi muori”. “Stai attento a non cadere, ti può venire un’infezione grave, peggio il tetano e poi muori”. Poi si stupisce quando un dolore intercostale diventa un infarto e un prurito a un braccio la lebbra. Perché anche il classico “non accettare caramelle dagli sconosciuti” era ormai desueto. La nuova generazione aveva bisogno di ulteriori raccomandazioni. Non bastava nemmeno l’evergreen “non salire in macchina con nessuno”. Lei lo condiva talvolta con tesi improbabili sull’espianto degli organi e il loro commercio illegale, talvolta con il rapimento a scopi pedopornografici. Mi aveva preparato a tutti i drammi della vita. Non aveva certo minimamente messo in conto che purtroppo, spesso, le pene d’amore provocano più sofferenza del dolore fisico. O l’aveva fatto, ma certe cose probabilmente non si possono insegnare, si imparano e basta.

Passò un altro giorno. Un giorno di merda. Mi chiedevo se fosse possibile stare così male per uno sconosciuto. In fondo cosa sapevo di lui, a parte la mappatura delle vene del suo pisello? Mi chiedevo perché non mi ero accorto che la piega che stava prendendo la nostra conoscenza era totalmente basata su un fattore fisico-sessuale. Perché gli avevo permesso di trascinarmi dentro quello strano gioco erotico e di usarmi per la sua sega quotidiana? E la risposta era logi-tech. Perché piaceva anche a me. Come quando fai presente a un fumatore le conseguenze del fumo e nonostante ciò non riesce a smettere, io ero consapevole dell’effetto deleterio che lui aveva per me, ma non riuscivo a smettere di cercarlo.

Tutto quel pensare ininterrotto, mi condusse ad un unico punto. Se il fisico voleva, il fisico avrebbe avuto. Per la seconda volta da quando lo avevo conosciuto, stavo per fare qualcosa che mai prima di allora avevo pensato di fare. Presi il telefono e scrissi un messaggio che, una volta di più, mi sbatteva in una condizione di inferiorità rispetto a lui. Un messaggio che nemmeno la squinzia più squinzia di via Olgettina 65 ha mai scritto. Un messaggio col quale svendevo completamente me stesso:

"Per tutta questa settimana sono solo a casa. Se ti va, un giorno potresti prendere il treno e venirmi a trovare. Fammi sapere”.

Se non altro, a quel messaggio rispose…

Gigi

giovedì 21 luglio 2011

La prima volta in webcam. (parte sesta)


Le giornate si stavano inesorabilmente accorciando. L’ultimo scampolo d’estate veniva bruscamente portato via dal solito maestrale che imperversando su tutta l’isola, abbassava di netto le temperature. Era tempo di rientrare a Cagliari, di prepararsi seriamente per gli esami imminenti. Le vacanze erano giunte al capolinea. Glielo feci presente una sera. Gli dissi che purtroppo non avevo né un portatile né tantomeno una connessione internet che mi avrebbe garantito di vederlo in futuro. Ad essere sincero non parve molto turbato, e quando gli chiesi il numero di cellulare, in modo che potessimo comunque sentirci, ci volle un bel po’ prima che si decidesse a scrivermelo.

Lo fece per gioco, ogni cifra rappresentava un indumento che mi sarei dovuto togliere. All’epoca mi piaceva la sua vena creativa. Pensavo avesse un’intelligenza superiore alla media dei suoi coetanei. Quasi ogni sera se ne inventava una per raggiungere sempre il solito scopo. A volte mi trovavo nudo senza neanche accorgermene. Era diventata una droga. Ogni volta che lo vedevo online mi sentivo felice. Quando il suo nome compariva in grigio pregavo che entrasse. Controllavo mille volte la lista, nel dubbio che si fosse connesso e io non mi fossi accorto. Anche quando andavo in bagno, tenevo la porta aperta per poter sentire il segnale acustico di Messenger che annunciava un nuovo ingresso tra i contatti. Quando non era lui bestemmiavo. Un po’ per la tristezza, un po’ perché non riuscivo a non completare le operazioni in corso alla velocità della luce. Qualsiasi esse fossero.

Quando quella sera si decise a darmi le ultime tre cifre avevo appena inondato il mio petto, seguito nel giro di un minuto da lui. Con le mani ancora grondanti di liquido seminale presi il telefono e terminai la composizione del numero che avevo lasciato in sospeso. Non ero sicuro che mi avesse dato il numero giusto. Provai a far partire la chiamata, una luce sul display del suo cellulare mi fece comprendere che si trattava del numero esatto. GIGI =) Optai per lo smile accanto al nome perché volevo che si differenziasse in qualche modo da tutto il resto della rubrica.

Era un ragazzo speciale, con un’intelligenza speciale, una bellezza speciale, un pisello speciale, col quale sentivo che stavo per costruire un rapporto speciale. Purtroppo presto mi accorsi che la sua unica specialità era saper fare lo stronzo.

Cagliari in autunno è diversa. E’ più triste. O forse io la vedevo così. Anche il sole sembrava più pallido, e nonostante splendesse alto nel cielo, io riuscivo a vederci solo tristezza. Il mese di Settembre è sempre stato un po’ più malinconico rispetto a tutti gli altri. Da bambino coincideva con l’inizio delle scuole, da studente universitario con l’inizio della sessione d’esame che precedeva le lezioni. E quel sole presto avrebbe lasciato spazio alle tenebre invernali. Mica come a Giugno, quando pensi solo al mare e alle vacanze.

Gli scrissi per la prima volta appena sceso dal treno. Volevo renderlo partecipe della mia vita in diretta, non in differita come fatto fino ad allora, volevo comunicargli tutta la mia malinconia, i miei stati d’animo. La sera ci si raccontava quanto fatto durante il giorno. Ma visto che avevo il suo numero, perché aspettare che fosse notte?

A quel messaggio non ricevetti nessuna risposta. E fu solo il primo di una lunga serie…

Gigi

martedì 19 luglio 2011

La prima volta in webcam (parte quinta)


Fu lui a fare il passo successivo. Muoveva su e giù le mani all’interno del boxer che ormai era diventato un indumento troppo ingombrante. Non lasciava liberi i suoi movimenti e impediva ai miei occhi di vederne il contenuto. Lo abbassò all’improvviso, quasi a tradimento. Mancava giusto la solita frase “mani in alto, questa è una rapina”. E’ superfluo aggiungere che preventivamente io qualcosa l’avevo già alzata.

Sudavamo, entrambi. L’atmosfera era rovente. Potevo finalmente ammirare ciò che per interminabili settimane avevo solo fortemente immaginato.
Fu come completare un puzzle da 3000 tessere. Quando finalmente inserisci l’ultima, dopo ore di duro lavoro, è estasi pura. E ancora più soddisfacente è vedere combaciare perfettamente i quattro lati del pezzo all’interno del disegno. Linee che prima risultavano spezzate, si ritrovavano libere di correre spedite sulla superficie del quadro, volti scomposti ritrovavano l’armonia, ciò che prima era caos lasciava posto all’ordine perfetto delle cose.

Vederlo lì, completamente nudo, era la tessera che mancava al nostro “rapporto”. Niente più limitazioni, virtualmente parlando.
Quando ti spogli per la prima volta per qualcuno, deve essere qualcuno di importante. Qualcuno che sia in grado di farti superare l’imbarazzo iniziale, che trasformi il freddo obbiettivo di una webcam in uno sguardo carico di desiderio. E lui in quel momento desiderava vedere di più.



Lo seguii a ruota. Entrambi eravamo nudi di fronte allo schermo del pc. Entrambi sembravamo gradire le immagini che milioni di pixel avevano composto davanti a noi. Entrambe le nostre mani impugnavano con vigore i nostri membri. Le braccia davano energiche spinte, ora verso l’alto, ora verso il basso. I muscoli del corpo si tendevano e si rilassavano. Il respiro si faceva sempre più forte.
Abbassò la cam e si sedette. Feci lo stesso. La mano sinistra toccava ovunque. Dio solo sa quanto avrei voluto averlo con me in quel momento, senza barriere virtuali, senza la presenza quasi fastidiosa del computer.

Allargò le gambe. Aveva calato l’asso di bastoni. Quello che nel tressette a perdere ti infila 11 punti. La partita entrava finalmente nel vivo. I movimenti della mano diventavano sempre più veloci. Il suo viso tradiva un piacere sempre più imminente. La testa leggermente piegata indietro. Lo guardavo, lo ammiravo, cercavo di ricordarmi ogni dettaglio di quel momento. Avevo paura che una tale scarica adrenalinica non si sarebbe mai più ripresentata. Nel mio cervello non c’era più spazio per l’immaginazione, quella era realtà. Realtà virtuale, ma comunque realtà. Un ragazzo completamente nudo e in tiro stava per esplodere di gioia proprio di fronte a me. Puntò i piedi per terra e incurvò completamente la schiena, come un arco che si tende poco prima dello scoccare della freccia.

Uno primo schizzo potente si infranse sui suoi addominali perfetti, come onde del mare sugli scogli, seguito da una serie di getti che pian piano persero d’intensità. Spasmi di piacere percorsero tutto il suo corpo, mentre anche le ultime gocce si univano in uno strano gioco scintillante a quelle di sudore che imperlavano tutto il suo corpo scolpito dagli allenamenti. Rimase seduto per un paio di minuti, mentre si ridestava dallo tsunami di piacere che pareva averlo travolto. Io stavo ancora in alto mare e alla fine quella sera, per me, si concluse con un nulla di fatto. Come un’aspirante Miss Italia qualsiasi, eliminata dal pubblico sovrano, mestamente troncai i mie sogni e deposi il mio scettro dentro i boxer. Il tressette l’aveva vinto lui, il suo asso mi aveva preso a sberle. Purtroppo solo in senso figurato.

Troppi pensieri, poca naturalezza, troppo imbarazzo per sentirmi pienamente a mio agio, poca esperienza.

Esperienza, ecco. Come avevo fatto a non accorgermi che lui ne aveva insolitamente troppa? Perché, come un pirla, gli avevo fatto condurre completamente i giochi, fino a ritrovarmi nudo di fronte a una webcam per ciò che forse per lui significava semplicemente una sega, mentre per me rappresentava l’inizio di qualcosa di più?

Esperienza che anche io riuscì ad avere, con lui, per tutte le settimane successive, fino alla prima di Settembre quando…

Gigi

lunedì 18 luglio 2011

La prima volta in webcam. (parte quarta)


“Sono appena tornato dagli allenamenti, non ho nemmeno tolto la divisa”.
"Non ci credo, fai vedere”.

Si alzò. Era vero. Sembrava si fosse rotolato nell’armadio quattro stagioni, passando dalla prima anta primaverile all’ultima invernale. Sotto i jeans aderenti, c’erano i pantaloncini della sua squadra. Quando alzò la maglietta nera per farmi vedere quella che portava sotto, un’ondata di addominali mi travolse.

"Ma cazzo, non hai caldo con tutti quei vestiti?” Cercai di spostare la conversazione su un piano prettamente fisico. Con la stessa nonchalance con la quale tempo fa, tal dei tali, chiamò in una certa questura per liberare la nipote di Mubarak.
"Dici che è il caso che mi alleggerisca un po’?” Rispose “la questura” intuendo il goffo tentativo di scavalcarla, firmando in prima persona l’espatrio dei suoi indumenti.
"Direi di si!”.

Si tolse la prima maglietta e il paio di jeans. Io già pregustavo il momento in cui uno strato di vestiti in meno mi avrebbe dato l’occasione di rimisurare ad occhio e croce il suo pisello. La serata, già bollente, si scaldava ancora di più.

"E tu che fai? Non hai caldo con la maglietta?”
"In effetti…”

La tolsi. Non so per quale motivo, ma di quel giorno ricordo perfettamente il batticuore. Una sorta di tachicardia positiva, quella che viene quando sai che stai per fare una cosa che di sicuro ti piacerà ma che allo stesso tempo ti spaventa. Come quando prepari la valigia prima di un viaggio e nel bel mezzo dell’eccitazione ti travolge, a sprazzi, l’ansia di dimenticare qualcosa a casa, di perdere l’aereo, di incontrare qualsiasi contrattempo che mandi a puttane tutto. Ma non puoi comunque fare a meno di sentirti al settimo cielo, di fantasticare, di gioire.
Anche quella era una specie di prima volta. Mi sentivo senza mezzi termini, un deficiente. Mi chiedevo che senso avesse restare nudi di fronte a un pc. E dopo? Se non avesse funzionato? Se non fossi riuscito a concludere nulla? Dopo un bel po’ di tempo dalla prima volta a letto con un uomo stavo ancora lì a pormi gli stessi identici dubbi e cercare di allontanare le stesse identiche paure. Ma per poterlo ammirare senza quei fastidiosi vestiti, ero disposto a compiere tutti questi piccoli sacrifici. Il gioco valeva la candela. Quella che aveva tra le gambe. A voler essere blasfemi, quasi un cero pasquale.

""Beh ma così non siamo pari, tu hai ancora la tua”
""Va bene…” La tolse. Senza farselo ripetere due volte. Il mio pisello aveva appena bevuto in un sorso un’intera lattina di redbull.

Prendete i pettorali del David di Michelangelo, aggiungeteci una spruzzata di peli, pochi, giusto una linea divisoria tra un pettorale e l’altro, ecco, erano quelli. Una linea che si interrompeva a metà e riprendeva appena sotto l’ombelico. Come a voler tracciare una sorta di autostrada immaginaria che avrei voluto poter percorrere con la lingua. Sono poche le cose più eccitanti di un addominale perfettamente scolpito, con quel pelo che lotta per divincolarsi dallo stretto elastico dei boxer.

"I pantaloncini ce li giochiamo a pari o dispari” Azzardai io.
"Bim Bum Bam e poi buttiamo?”
"ok, io pari, tu dispari”

Bim Bum Bam…

La sorte quella sera non era dalla mia. Tra una risata e l’altra pagai pegno. Fino a poco tempo prima, mai avrei immaginato di trovarmi quasi completamente nudo di fronte a un estraneo conosciuto in chat.
Cercai di sistemarlo per dargli un contegno. Al di là dei miei dubbi, lì sotto qualcosa s’era mosso. Vergogna e imbarazzo la facevano da padrone. Io che ho il terrore delle commesse nei negozi di vestiti che chiedono con fare indagatore di sollevare la maglietta per vedere come sta’ il pantalone appena misurato, stavo lì, mezzo nudo, davanti al pc per giunta col pisello in tiro.

Fu davvero carino quando, percependo il mio imbarazzo, decise di togliere anche i suoi pantaloncini. Lo fece piano, con un certo savoir faire, mentre io, senza nemmeno accorgermene tenevo già una mano dentro i boxer.

Con immenso stupore notai tra le pieghe del suo intimo, che il tedoforo faceva svettare alta la torcia olimpica.

A quel punto bisognava fare in fretta. Si sa, non è conveniente lasciar spegnere la fiamma, quando ancora c’è da accendere il braciere…

Gigi

sabato 16 luglio 2011

La prima volta in webcam (parte terza)


Quella sera, pur di non uscire con gli amici, inventai un malanno qualsiasi. Una malattia dell’ultim’ora. Non sto qui a specificarvi quale, vi basti sapere che è una di quelle che “ti sorprende”. Perché così doveva essere, se fino a poche ore prima sembravo Carlo De Benedetti alla lettura della sentenza sul caso Mediatrade. Aspettai con ansia di vederlo connesso, aspettavo il comparire della finestrella in basso a destra con la sua adorabile immagine di Jigglypuff come avatar. Nel frattempo installai e provai la cam. Era perfetta.

Arrivò. Dopo un’attesa interminabile. A pensarci ora lo accolsi come un cane festante accoglie il suo padrone al rientro a casa. Non un cane da caccia o un cane da compagnia, un cane zerbino. Cosa non si fa di fronte a due pettorali da sogno e un sorriso incantevole. Lo sapeva, lo stronzo, che mi aveva fatto schiattare. Che mi aveva messo fuori gioco, che mi aveva in pugno. A posteriori, l’unico che non lo sapeva ero io.

Iniziammo come sempre con le chiacchiere innocenti. Mi parlò dei suoi allenamenti, dell’amore che nutriva per la pallavolo, della fatica che aveva fatto per poter giocare titolare. Un amore che non lo abbandonava neanche smessi i panni di schiacciatore laterale, anche a casa sovente andava in giro con la divisa della sua squadra. Quella sera infatti aveva indosso i soliti pantaloncini blu scuro, sotto un bal paio di jeans aderenti, e addirittura due magliette, nonostante il caldo soffocante. Aveva avviato la sua trasmissione. Ero già rincoglionito dal suo sguardo e dal suo sorriso quando per la prima volta in vita mia accesi la webcam.

Il momento in cui carica l’immagine è il peggiore. Dura una decina di secondi, forse quindici, che paiono moltiplicati per venti. Guardi l’altra persona, cerchi di capire quando finalmente ti può vedere, hai paura che ciò che lo aspetta non sia di suo gradimento. Il dubbio ti logora, la tensione sale. Quando tieni particolarmente a qualcuno fa la sua comparsa anche un briciolo di tachicardia. Hai paura che ciò che dovrebbe rappresentare un nuovo inizio, si riveli in realtà l’inizio della fine.

Nove, Otto, Sette. Cazzo i capelli, sistema, veloce, tra un po’ parte. Sei, Cinque. Ma è meglio tenere la maglietta o toglierla? E se questa maglietta fa cagare? Quattro, Tre. Porco Giuda, ma appena mi accorgo che mi guarda devo salutare? Ma basta un cenno con la testa? Saluto con la mano? Due, Uno. E se non gli piaccio? E se chiude dopo due secondi, mi blocca e mi cancella?

ZERO

Sorrise. Capii che mi aveva visto. Quel sorriso che in quei giorni avevo imparato ad adorare. Quel sorriso che in quei primi imbarazzantissimi minuti mi scaldò il cuore. Era imbarazzato anche lui. “Pure tu non sei male” furono le sue prime parole dopo l’avvio della trasmissione. Sentivo il suo sguardo indagatore ovunque. Mi paralizzava. “E’ la webcam che ci mette una pezza”, fu la mia risposta. Una risposta che ho riciclato per tutti gli anni a venire. Sono certo che in una debita variante è la stessa che anni dopo si è sentito riproporre anche Andrea. Ma perché è vero, se la Tv ingrassa, la cam con le giuste luci, abbellisce.

Era la prima volta che qualcuno mi guardava mentre scrivevo su Messenger. Faceva un po’ strano. La cosa più bella fu lo scoprire che le emoticon che sorridevano non erano piazzate lì ad minchiam ma corrispondevano a risate reali. Si è più scemi quando si scrive con la webcam attiva. Il sorriso è contagioso. Un po’ come quando senti al telefono per la prima volta una persona con cui hai chattato per tanto tempo. I primi minuti sono una risata continua, forse perché ridendo, pian piano si scioglie la tensione.

Non era sparito. Era ancora lì. Mi scriveva, rideva, scherzava. Era tutto come prima. Forse gli piacevo. Fisicamente di sicuro, a giudicare da ciò che di lì a poco sarebbe successo…

Gigi

venerdì 15 luglio 2011

La prima volta in webcam (parte seconda)


Ecco, in quel momento mi sentivo come l’agenzia delle entrate che fruga per la prima volta tra le carte di Lele Mora. Si insomma, un’apparizione da sedici milioni di euro. Un 5+1 al superenalotto. Quella combinazione meravigliosa di tratti somatici valeva mille volte di più di tutte le combinazioni di numeri mai date su TizianaSat.
Se non era un modello, poco ci mancava. Alto un metro e ottantacinque, abbronzato, con un sorriso da panico, due occhi di una dolcezza disarmante, un fisico perfetto. Più lo guardavo, più pensavo d’aver fatto un terno al lotto. Aveva un paio di pantaloncini blu, la metà di una divisa da pallavolo. Pettorali ben definiti, pochi peli ma nei posti giusti. Si cazzo, vi pare che MINIMO non lo facevo alzare in piedi? Un culo giuro, a cui mancava solo la parola. E che magari mi chiedesse “vuoi entrare?”.

Fu una serata fatta di provocazioni, risate, battute a senso unico che di innocente avevano ben poco. Fu una serata di caccia, di piccole briciole disseminate su un sentiero che ero certo, presto mi avrebbero condotto dritto al suo uccello. Un fagiano, a giudicare dalla piega che avevano preso i suoi pantaloncini. Più lo guardavo più restavo folgorato di fronte alla sua bellezza. In quella calda e afosa serata di Agosto, mi disse anche il suo vero nome. Un nome che in un modo o nell’altro da lì in avanti sarebbe diventato una costante per me. A volte voluta, altre volte puramente casuale. Un nome al quale per lungo tempo sono rimasto affezionato. Un nome che ancora oggi, scorrendo la rubrica del mio telefonino si può trovare. E’ rimasto sempre lì, con uno smile accanto, come lo registrai quella notte in cui, in un’occasione decisamente particolare, mi diede il suo numero.

Si chiamava Gigi.

Era spregiudicato, insistente, maiale. Aveva una sola cosa in testa e non perdeva occasione per rendermi partecipe delle sue elucubrazioni mentali-sessuali. Voleva far compiere un salto al nostro rapporto virtuale, voleva di più da quella semplice amicizia, voleva vedermi mentre parlavamo, voleva vedere le mie reazioni di fronte alle sue parole, di fronte ai suoi gesti. Era un bastardo, sapeva giocare, gli piaceva provocare e cazzo, lo sapeva fare da dio. Era semplicemente adorabile. Io già nella mia mente pianificavo futuri incontri, ringraziavo il caso che me l’aveva fatto conoscere, si può dire che mi tiravo dei segoni allucinanti pensando a lui? E diciamolo su.
Finché un giorno decise di porre fine alle mie fantasie. Lo fece in un modo che mi lasciò di stucco. Era ciò che da quando l’avevo visto la prima volta avevo sempre desiderato, ma ero ancora troppo pudico per chiederglielo. Mi disse: “procurati una cam che la prossima volta ci divertiamo insieme”.

Nonostante la timidezza che all’epoca mi impediva anche solo di scambiare foto innocenti sul web, convinto tra l’altro che sarebbero potute servire per ricattarmi alla prima occasione utile, il giorno dopo mi aggiravo tra gli scaffali di Mediaworld. Sezione dedicata alle webcam. Una Logitech da 20 euro, che all’epoca rasentava la perfezione, mi fissava con il suo occhio indagatore. Era lei, l’avevo trovata. Ero certo che avremmo fatto grandi cose insieme. Era tonda, come un’enorme biglia. Come un sasso che issato su una fionda avrebbe finalmente abbattuto quell’uccello.

E cazzo, si che l’avrebbe fatto!


Quel pacco che tenevo in mano mentre tornavo a casa, quel pacco che mi rendeva così incredibilmente felice, quel giorno rappresentava la mia chiave per il paradiso. Ciò che non sapevo è che allo stesso tempo, di lì a poco, mi avrebbe spalancato anche le porte dell’inferno.

Gigi

giovedì 14 luglio 2011

La prima volta in webcam.


Il primo bacio non si scorda mai. E’ vero, io li ricordo tutti. Si, sono stati un numero comprensibile nelle dita di due mani. Il primo in assoluto però ha quel qualcosa in più. Sarà che nel momento di euforia e confusione ho invertito un po’ i preliminari e nella foga mi sono ritrovato con un pisello in bocca. Ho avuto questo strano guizzo che mi ha fatto passare immediatamente alla seconda fase saltando la prima. Che a pensarci oggi è stato qualcosa come stirare il bucato prima di infilarlo in lavatrice. Ricordo ancora nitidamente il pensiero che mi attraversò la testa in quel momento. “Ormai son giù, tanto vale che ci resto”. Alla fine m’ero pure dimenticato, dopo aver scoperto la piacevole arte del sesso orale, che ancora non avevo provato l’ebbrezza del lingua contro lingua. Venne in soccorso il malcapitato di turno che, dopo una decina di minuti, me la ficcò in bocca con violenza. Non è stato male dai, per essere la prima.

Ricordo anche la prima sega, della quale, per chi se lo fosse perso, ho parlato qui. E ahimé, si, ricordo anche la prima sega in webcam. La prima di una lunga serie, iniziata quasi 5 anni fa e credo mai interrotta. Perché alla fine, diciamolo, la cam è un bel giocattolo erotico, sia per i single che per le coppie. Ho un’estrema difficoltà nel ricordare tutti quelli che sono passati per la mia. Potrei quasi eguagliare le 6-700 donne di Cassano. Solo che a differenza sua, non sono proprio certo che sia un vanto. Nei periodi d’oro arrivavo anche ad aprire quattro finestre con quattro persone diverse. Quando non ero fidanzato e vivevo col pisello perennemente in mano. E Messenger permetteva di visualizzare più webcam in contemporanea.

Era una sorta di stagione venatoria continua, puntavo, sparavo e spogliavo. Uccelli come se piovessero. Perché cazzo dai, diciamolo che è più eccitante poter godere di uno spettacolo live, constatare in diretta le reazioni dell’altro, poter interagire, piuttosto che dover “subire” passivamente due maschioni che si inculano in un filmetto porno.

Tra l’altro, stavo riflettendo, che è statisticamente possibile che tra i 50.000 zozzi capitati su blog in pillole, qualcuno mi abbia visto il pisello senza sapere che fossi io. Anche se pare tutti i più assidui sappiano cosa sia a malapena una webcam! Ma ora non è il caso di stare qui a disquisire su questo…volevo giusto raccontarvi della prima volta…

Lui aveva 17 anni appena compiuti, io 22. Mi scrisse lui per primo (diciamolo per la polizia postale. Anche se potrei già essere prescritto suppongo). Io non ho mai nutrito fiducia nei diciassettenni. Perché quando 17 li avevo io ero un vero stronzo e per la legge del taglione mi aspettavo che gli altri lo sarebbero stati con me. Però lui era diverso. Nel senso che era stronzo ma lo faceva bene. Ed era maledettamente sveglio ed intelligente per la sua età. Avevamo interessi simili, animali compresi. Cominciammo a sentirci ogni sera, era piena estate. Tipo che io uscivo con gli amici e a una certa inventavo una scusa improponibile per poter rientrare a casa. Mettevo la sveglia sul cellulare, lo facevo squillare e facevo intendere che mi avessero chiamato i miei. Sulla via del ritorno pregavo di trovarlo connesso. Facevo tutta la strada di corsa e quando lo trovavo lì, che mi aspettava, mi si illuminavano gli occhi. Dopo un po’ di tempo, sentii il bisogno di vederlo, di sapere chi mi faceva battere così forte il cuore, avevo bisogno di fare quel salto che permette di unire le ormai tipiche emoticon su MSN alle sue espressioni del viso. Per cui un giorno sotto mille pressioni psicologiche sempre di SUA spontanea volontà decise che era giunto il momento di avviare la trasmissione della webcam. Io purtroppo ancora non ne possedevo una…

Ma ciò che vidi mi lasciò talmente impressionato che pochi giorni dopo mi trovavo già tra gli scaffali di un negozio di elettronica…

To be continued.

Gigi

sabato 27 marzo 2010

Sexy Camera VM 18.

Vi siete mai chiesti che succederebbe se:

1) Prendeste un bel maschione eterosessuale.
2) Lo caricaste su un pullmino dove è presente un’avvenente tettona.


3) Lo faceste spogliare da quest’ultima e lo fareste bendare con la promessa di un pò di sano sesso orale.


4) Una volta bendato sostituireste la bionda tettona con un ragazzo.
5) Diceste al maschione di togliere la benda.

Qui , qui e qui alcune reazioni al procedimento succitato. Attenzione, ribadisco che è vietato ai minori di 18 anni dato che si tratta di tre allegri video pornografici. Mi riferisco soprattutto ai minorenni che adorano Lady Gaga e con un nome che al suo interno contiene una K.

E se fosse tutto finto? Che ce frega, intanto abbiamo visto tre piselli e tre paia di tette (se a qualcuno interessano….)

Gigi

Related Posts with Thumbnails

Disclaimer

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non puo' pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 07.03.2001. Gli Autori dichiarano di non essere responsabili per i commenti inseriti nei post. Eventuali commenti dei lettori, lesivi dell'immagine o dell'onorabilità di persone terze non sono da attribuirsi agli Autori di questo blog, nemmeno se il commento viene espresso in forma anonima o criptata. Alcune delle foto presenti su questo blog sono state reperite in internet: chi ritenesse danneggiati i suoi diritti d'autore può contattarci per chiederne la rimozione.

Hottest Men

Blogger templates made by AllBlogTools.com

Back to TOP