La prima volta (summer re-edition EPILOGO)
Salutai tutti, nonni, zii, cugini, amici perfino il cane rompiballe. I suoi genitori mi chiesero di restare ancora qualche giorno, erano contenti. Li avevo aiutati spesso a preparare i tavoli o a lavare i piatti. Ma non riuscivo più a mentire. Il semplice fatto di stare lì significava prendere ogni giorno un pochino più coscienza della mia omosessualità e probabilmente non ero ancora pronto.
Mi proposero anche un impiego stagionale per quando sarebbe arrivata l’estate, con vitto e alloggio compreso, offerta che dissi avrei valutato, esami permettendo. In realtà non so per quale motivo, ma già sapevo che quel flirt di qualche mese avrebbe a malapena visto la primavera.
Salutai anche lui, tra i milioni di tentativi fatti per convincermi a restare ancora un po’. Rimasi neutrale anche di fronte alle sue lacrime. Non stavo bene, volevo solo rientrare a casa, stendermi sul letto, al buio della mia cameretta, da solo, e riflettere su quei tre giorni. Su ciò che era giusto e su ciò che era sbagliato. Sul fatto che prendendo definitivamente quella strada avrei vissuto per sempre da solo, perché non c’era spazio al mondo per due uomini che si volevano bene.
Fu uno dei miei viaggi peggiori. Tre ore di pullman che mi distrussero, nonostante la bellezza di tutti quei tornanti a picco sul mare incredibilmente calmo e azzurro. Mi accorsi appena varcata la soglia di casa che tutti quei pensieri avevano fatto in modo che qualcosa si rompesse tra noi. Non mi mancava. Ero felice di non dover più mentire, di non sentirmi più soffocato dalle bugie. Ma reputavo sarebbe stata una cattiveria immensa troncare tutto quella sera stessa.
Lo incontrai altre due volte. Una ebbi solo il tempo di salutarlo in macchina, mentre si spostava per lavoro, la seconda mi diede appuntamento in una delle vie più trafficate di Cagliari per una passeggiata tra i negozi.
Probabilmente lo shock per i vestiti osceni e vistosi che indossava quel giorno, il fatto che si notasse tra noi un certo imbarazzo ad andare in giro insieme e un dialogo esclusivamente incentrato sullo shopping, che io odio, mi diede il la per fuggire da quell’abbozzo di relazione.
Lo feci per telefono, vista la distanza che ci separava perché non avevo le palle di farlo vis a vis. Gli dissi tutto ciò che mi passava per la mente, esagerando, in modo che fossi certo che quella sarebbe stata l’ultima telefonata. Mi comportai da vero stronzo, ma pensavo che sarebbe stato peggio alimentare false speranze.
Mi scrisse lui, altre tre volte. Messaggi estremamente dolci, nei quali mi faceva sapere che gli mancavo. Risposi solo al terzo, chiedendogli malamente di sparire. E così fu…
Fino a quando un anno e mezzo dopo lo intravidi con un ragazzo nella stessa strada del nostro ultimo incontro. Lo riconobbi subito, nonostante avesse finalmente deciso di rinnovare il guardaroba e fosse dimagrito di parecchi chili. Lo pedinai come un perfetto stalker e quando si fermò di fronte a una vetrina, presi il cellulare e lo chiamai. Una di quelle cose che si fanno senza pensare, perché se ci avessi pensato mi sarei almeno chiesto cosa avrei potuto dirgli quando avrebbe risposto alla chiamata.
Estrasse il cellulare dalla tasca, guardò il display e lo rimise esattamente al suo posto, senza né rifiutare né rispondere.
E fu forse la cosa più saggia che fece durante tutti i nostri mesi di frequentazione.
Gigi
Le verità del ghiaccio, ultimo libro di Dan Brown stampato qua in Italia, fu il regalo di quel famoso 23 Dicembre 2005. Verità scomode, pesanti, che non riuscivo più a tener dentro. Verità che con gli anni premevano, mi laceravano, mi facevano sentire bugiardo, mi impedivano di parlare sinceramente ai miei migliori amici. Avevo bisogno di raccontare ciò che stavo vivendo, di condividerlo con le persone a me più care, di ricevere raccomandazioni e consigli che mai avrei ascoltato. E così, all’una di notte, in un parcheggio deserto della mia città, vuotai il sacco. Ma non lo feci con l’intenzione di dire proprio tutto. C’erano ancora troppe cose che testardamente non ammettevo a me stesso, non ero certamente pronto a farlo con altri.