Oggi, tra un problema familiare e l'altro, leggevo questa lettera di Paolo inviata al giornale
La Repubblica:
Caro direttore, quella che sto per raccontare è una storia di quelle che
“capitano-soltanto-agli-altri”. Una di quelle vicende che arrivano
inaspettate, senza un significato o magari il significato è proprio in
questo scrivere. È una storia di strada, di violenza, di leggi di clan,
di bullismo, di paura, coraggio, lacrime e tanti abbracci. Nel mio
braccialetto, qui in ospedale, c’è una data, 19 novembre 1976, è quando
sono nato. E c’è un’altra data sopra: 19 novembre 2011. Le infermiere
sorridono e mi dicono «buon compleanno». Forse non lo sapevano i tre
ragazzi di una banda di bulli in Via Torino, in pieno centro, intorno
alle 19.30, fra i negozi aperti e la gente che passeggiava con i primi
acquisti di Natale.
Tre ragazzi di una banda, una delle tante –
mi dicono al commissariato – che hanno dato sfogo a una violenza senza
significato. Contro me e contro il mio compagno William. Vorrei potervi
dire che questa vicenda si aggiunge ai tanti episodi catalogati come
violenza omofobica, almeno avrebbe avuto una sua nobiltà di cronaca e un
suo significato semplice. Ma no. Si è trattato di una banale violenza,
senza significato e senza motivo, solo di una banda di ragazzi minorenni
forse filippini, forse sudamericani, non so e non conta neanche tanto.
Erano
tre e poi sono diventati tanti. Spintoni e pugni, tanti pugni. In quel
momento non capisci bene cosa stia accadendo. Pensavo solo “copri il
volto, copri il volto”. L’ho fatto e sono finito contro una serranda. Poi ho aperto gli occhi, c’era William che
mi diceva di stare tranquillo, che era tutto finito. Aveva un occhio
nero e sangue ovunque che gli scendeva dal naso. Ma era in piedi. Tanta
gente intorno a noi ma nessuno aveva chiamato la polizia. Ci hanno
raccontato che a salvarci è stato un ragazzo di colore, forse anche lui
non proprio in regola visto che al momento dell’arrivo dell’ambulanza è
fuggito via. Forse non aveva il permesso di soggiorno e secondo me lo
meriterebbe. Ero lì contro la serranda aspettando che finissero. Non
c’era nessuno ad aiutarci; forse le tante persone accanto a noi avevano
le mani impegnate a reggere le borse del loro scintillante shopping.
Dei
ragazzi non italiani ci hanno picchiato, un ragazzo non italiano ci ha
salvato. In ambulanza guardavo William con i lividi mentre piangevo e
non sapevo fare altro. Con la testa che rimbombava, tra le mani
dell’infermiera. Ci guardava con gli occhi comprensivi di una donna che
forse ne ha viste tante di scene come questa, sicuramente anche peggio.
Ma per noi era la prima volta e peggio di così è difficile immaginarla.
Ci
sono tante domande in tutta questa storia. Perché tanta violenza?
Perché non c’era nessuno a intervenire? Come è possibile in pieno centro
a Milano essere aggrediti così? Dove sono le autorità che dovrebbero
vigilare? Qualche ora al Policlinico, Tac, radiografia e visita
neurologica. Tante persone in gamba, professionali. Io intanto guardavo
il mio William, che mi sorrideva con il labbro rotto, ed era un modo per
dirmi «cisiamoancora». Oggi, the day after, i lividi sono più viola, la
testa batte un po’ di più, ma soprattutto ci sono quegli attimi di
violenza, quel lampo in mezzo a una passeggiata che non vogliono andare
via. Andranno via presto, lo so. Ma non dovrebbero. Non se prima non
riusciamo qc ottenere una città più sicura, a cambiare in noi stessi
quell’atteggiamento di indifferenza e paura. Paura nel dire, nel fare,
nel denunciare.
Al comando di polizia siamo stati per un paio
d’ore. Ci dicono che si è trattato di un episodio di bullismo, uno dei
tanti. Di quei ragazzi un po’ rapper, con le croci appese alle felpe,
croci senza significato, un po’ come la mia firmata da stilisti famosi.
Mi ripetevo: extracomunitari uguale violenza e delinquenza. Poi è
iniziato il fotoriconoscimento: tantissimi ragazzi minorenni, senza
guida. Erano tanti, tutti liberi, tutti fuori, tutti in giro in tante
Via Torino. E, sorpresa, c’erano italiani, filippini, africani, cinesi,
italiani, inglesi, sudamericani e ancora italiani. Perché in fondo la
violenza, purtroppo, non ha nazionalità.
Io e il mio William
siamo qui a raccontare questa storia perché siamo stati fortunati. I
nostri lividi e dolori passeranno, come spero tornerà presto quella
leggerezza nel passeggiare nel centro illuminato di Natale di questa
bella città. Sono Paolo, e passeggiavo in Via Torino alle 19.30 di
sabato sera.
E io mi ridomando per l'ennesima volta che senso ha tutto questo? Qual è il fine di un tale atto di gratuita violenza? Gli sferri un pugno in faccia perchè è diverso da te? perchè ama in maniera diversa da te? o magari ama come te e, solo per un incomprensibile pregiudizio, non intendi accettarlo? Pensi che solo per il fatto che loro siano diversi da te, sei autorizzato a ricorrere alla violenza?
Incomprensibile poi è la provenienza di questo gesto, "non italiani" che si lamentano giustamente di essere oggetto di atti di razzismo e poi, invece, loro stessi ne commettono. Tutto ciò è assurdo, tutto ciò è pura follia. Posso capire che ti faccia schifo vedere due uomini baciarsi e andare mano nella mano, ma questo non ti giustifica ad usare violenza contro di loro. Sarei tentato di dire "in che paese di cacca viviamo", invece poi ripenso che questi atti di intolleranza ci sono sempre stati fin dalla notte dei tempi e allora auspico che la ragione e la cultura invada le menti di questi stolti affinchè comprendano il significato dei loro miserevoli gesti.