giovedì 25 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 5°)


Intorno a noi decine di casalinghe si destreggiavano tra uno scaffale e l’altro alle prese con l’eterno dilemma “convenienza o qualità”? 
Alcuni ragazzi che probabilmente avevano marinato la scuola sbraitavano nel reparto dolciumi. Li ricordo bene perché avevo paura che mi notassero, avevo paura che qualcuno lì intorno mi conoscesse, avevo paura che qualcuno capisse ciò che in realtà stava succedendo. 
Ci stringemmo la mano e ci demmo due baci casti sulla guancia. Come due vecchi amici che si rincontrano dopo tanto tempo. 
Ho da sempre il terrore del silenzio dopo i primi minuti nei quali si incontra qualcuno. Tipo quando saluti con i classici due o tre baci e nel frattempo butti lì un “come va?” che si accavalla al “come va” dell’altra persona e innesca un “bene tu?” - “bene grazie”. E dopo bisogna vagliare velocemente le ipotesi che nel cervello suggeriscono la prossima mossa per non fare la figura del pesce lesso. 
Figura che poi puntualmente faccio, grazie a un’innata capacità di surfare sulle banalità da primo incontro.

“Ti facevo più alto”. Sono questi i momenti in cui vorrei picchiare forte la testa contro un muro o tirarmi un calcio sulle palle. Fossi alto, dico, ci potrebbe anche stare. Ma un candido volpino che incontra uno yeti dovrebbe solo avere la bontà di tacere. Perché poi solitamente mi sento rispondere “anche io” nel migliore dei casi, “ma se mi arrivi giusto giusto lì”, nel peggiore. Che poi tanto peggiore non è. Quando la conversazione sfocia nelle allusioni sessuali mi sento più a mio agio. 

Lo accompagnai alla cassa, notevolmente imbarazzato. Indossava degli orecchini orribili, una patacca mostruosa in un orecchio e un coniglietto di playboy luccicante sull’altro. Una catena che avrebbe fatto felice Fiammetta Cicogna, di quelle che si usano per bloccare cancelli e biciclette, con annesso crocefisso gigante, campeggiava sopra il suo petto villoso, nascosto da una maglietta dentro la quale si poteva stare solo in apnea. Lo aiutai ad imbustare la spesa e ci avviammo alla macchina. Iniziai a sfotterlo simpaticamente per tentare di smorzare la tensione, senza esagerare. Una lucertola terribile, scolorita dal sole, faceva capolino sul cruscotto, mentre un paio di dadi pelosi la osservavano appena dietro lo specchietto retrovisore. 

Parlammo tanto, ci raccontammo di come fosse strano vederci dopo quei mesi di telefonate e di messaggi, di come fosse bello finalmente guardarci negli occhi, di come fossero diverse le nostre voci live. Decidemmo di andare a pranzo al Mc Donald’s più vicino. Io non avevo comunque fame, lo assecondai e ci sedemmo al tavolo a commentare il culo di ogni ragazzo che ci passava davanti. Parlammo tanto della mia paura di essere scoperto dai miei, del come giustificare la nostra “amicizia” ai suoi. Cercammo di mettere su delle teorie convincenti e alla fine optammo per la più stupida e improbabile. Conoscenza alla visita di leva, che ovviamente io non avevo mai fatto avendola rimandata per motivi di studio.

L’imbarazzo ben presto lasciò il posto ad una sorta di complicità; decidemmo di partire. In macchina, lo ricordo come fosse oggi, riecheggiava “t’innamorerai” di Marco Masini. Lui cantava, io conoscevo solo il ritornello. La sua mano aveva iniziato a percorrere con una certa nonchalance i miei blu jeans, partendo dal ginocchio. In silenzio pregai che si sbrigasse a salire perché il ginocchio non è mai stata per me una zona propriamente erogena. Qualcosa però ancora mi bloccava, non riuscivo a star tranquillo, non mi comportavo come avrei voluto, non mi sentivo completamente libero. Mezz’ora (ancora oggi non so come ho fatto a resistere tanto al sonno patologico che mi assale su qualsiasi mezzo di trasporto) e la sua mano scivolò nell’interno coscia. Sotto le religiose vesti cominciò ad intravedersi la perfetta unione tra Ilona Staller e Moana Pozzi. “From Jamaica to the world, it’s just love, it’s just love” cantava Bob Sinclar. Probabilmente stanco di vedermi inerte, inutile come un manichino nudo nella vetrina di negozio di vestiti, prese la mia mano e la posò delicatamente sul suo ginocchio. Probabilmente era un feticista. Con quella mossa tuttavia mi aveva dato il la, aveva liberato le mie voglie assopite e in meno di cinque minuti risalii fino al pacco. Mi sfiorò il pensiero di piantarci anche la lingua, ma avevo vent’anni e avrei voluto viverne almeno altri 80. La cintura borchiata, stretta due buchi di troppo, mi fece desistere dall’infilare la mia mano dentro le sue mutande. Mi limitai all’apertura della zip dei jeans, come se al primo Autogrill volessi portare il suo uccello a pisciare.

Finalmente arrivammo da lui. Ad accoglierci nel cortile di casa, sua madre e sua nonna. Non so per quale motivo ma a volte la mia mente fa delle associazioni strane e me le ripropone nei momenti meno opportuni. Succedeva spesso in chiesa, quando sull’altare alla destra del parroco, mi imponevo di non ridere e puntualmente, di fronte a tutti non riuscivo a trattenermi. O come durante la veglia pasquale quando pensando in continuazione di dover restare sveglio mi addormentai sulle sedie rivestite di raso rosso alla destra del tabernacolo.  
In quel caso, mentre sua madre festante mi porgeva la mano per salutarmi, io non potevo fare a meno di pensare “signora, sapesse cosa stringeva questa mano venti minuti fa”.
Il tempo dei soliti convenevoli, di conoscere sua nonna e la sua cagnolina, di bere una Fanta e andammo a casa dei suoi nonni, dove appunto avremmo dormito. L’appartamento era deserto, mi accompagnò in camera. Nella penombra svettava un letto rigorosamente matrimoniale. Poggiai la valigia e mi voltai per uscire, quando lui mi afferrò da dietro e mi strinse forte. Delicatamente mi appoggiò all’anta dell’armadio e mi baciò…

Gigi

3 commenti:

Pegasus 25 agosto 2011 16:29  

Hola Ragazziiiii
Vi ricordate ancora di me? :D
Come va tutto? :P
Oh mi sto appassionando al racconto :) Gigè potresti metterti in società con Dan Brown :D

dario 26 agosto 2011 15:00  

Gigetto (maledetto, ops benedetto!!!) inizio lo sciopero se non mi mandi il contatto.
Vabbè essere in ferie, vabbè trombare col caldo, ma dimenticarsi di Dario nooooooooooo :-(

Gigi 26 agosto 2011 15:46  

Peggyyyyyy!!! E certo, chi se lo scorda un figo come te! *_*

Dariè, quale contatto vuoi? Quello fisico? :)

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