martedì 30 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition parte 8°)


Quel pranzo fu un vero e proprio incubo e non solo per le portate quasi tutte interamente a base di pesce. Fu una specie di fuoco incrociato su di me, una sfilza di domande interminabili su cosa facessi, chi fossi, chi fossero i miei genitori, che lavoro facessero, dove abitassi.
Domande alle quali cercavo di rispondere a metà tra il serio e il faceto perché avevo paura di beccare un contatto tra quella famiglia e la mia.
Stavo lì in incognito, la mia posizione era nota solo al mio migliore amico e alla sua ragazza, nel caso fossi finito nella trappola di un serial killer approfittatore di giovani vergini indifesi, non potevo permettere che qualcuno ne parlasse ai miei.

Come avrei giustificato la mia presenza in quel paese sperduto della Sardegna?E chi era il ragazzo che mi ci aveva portato? Perché mi ci ero recato di nascosto? Tutte domande alle quali non avrei mai voluto rispondere. Per cui ogni volta che potevo sviavo la conversazione su altre persone, rincitrullendole con complimenti a gogò e domande fintamente interessate.

Per fortuna il resto della giornata fu decisamente molto più entusiasmante. Decidemmo di visitare le campagne intorno al paese, ricche di nuraghi e di segni imputabili agli uomini primitivi che secoli addietro avevano abitato quei luoghi. Sbattendoci di albero in albero e di pietra in pietra, strusciandoci ora qui, ora lì, scambiandoci baci furtivi e palpate ora al culo, ora al pacco, ci arrampicammo per qualche chilometro su un costone di roccia a picco sul mare, in cima al quale, di fronte alle onde che si infrangevano sugli scogli in quella fredda giornata invernale, mi strinse forte e mi baciò. Un bacio lungo e passionale, il primo dato a un uomo alla luce del sole, tanto che appena me ne accorsi lo spinsi velocemente indietro. Fu una specie di riflesso involontario, una molla che scattò nel mio cervello imponendomi senza pensare di fare così.

La felicità di quei momenti, all’epoca, purtroppo non durava nel tempo. Svaniva nell’istante in cui cessava la sorpresa di quel gesto, lasciando il posto ai soliti pensieri. Quelli che ti convincevano che tutto era sbagliato, il posto, la persona che ti abbracciava, le bugie dette per essere lì, quelle dette per continuare a restarci, tutto. Io in primis che prendevo per il culo un’intera famiglia sbattendomi il figlio nella stanza accanto a quella dei nonni. Chissà come avrebbero reagito una volta venuti a conoscenza della verità. Avrei tanto voluto stare lì senza il peso di tutte quelle stronzate. Ero stato accolto incredibilmente bene da tutti, mi avevano fatto sentire subito a mio agio, ma purtroppo non sapevano niente di me e non potevo fare a meno di chiedermi se quell’accoglienza sarebbe stata la stessa se avessi detto loro la verità.

Verità che ovviamente non arrivò mai, nemmeno il terzo giorno quando, dopo un’intera notte di sesso e tenerezze decisi che era finalmente giunto il momento di tornare a casa…

Gigi

1 commenti:

dario 30 agosto 2011 22:12  

"giovani vergini indifesi" ;->;->
seeeeee astuto come na volpe :)

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