mercoledì 17 agosto 2011

La prima volta (summer re-edition)


2 Novembre 2005
Era una sera come le altre, solito posto, solita chat, solite persone. Quando mi scrisse per la prima volta lui, che aveva un 85 nel nickname, che per me era già un ottimo biglietto da visita. Uno dei pochi che si differenziava dai soliti 22cm o da date di nascita che rasentavano la preistoria alla ricerca di qualche baby-dinosauro.
Parlammo fino alle quattro di quella mattina, lui in un italiano stentato che mi faceva girare le palle, io che tentavo di capire ciò che diceva tra una doppia in più, una h in meno e gli accenti delle e a puttane. Mi chiese il numero di cellulare, che io ovviamente non davo quasi a nessuno. Mica perché me la tiravo, avevo solo paura che tramite numero risalissero alla mia identità attraverso controlli incrociati delle forze dell’ordine. Non ero paranoico, di più.
Stremato dai miei no, lui che l’indomani avrebbe dovuto svegliarsi alle sei per preparare le colazioni nel bar-ristorante dove lavorava, lanciò lì un “Ti Voglio Bene”.
Ecco, fuori luogo come cantare Zombie dei Cranberries al funerale di Mike Bongiorno. Passò tutta l’ora successiva a scusarsi, sotto i miei pesanti cazziatoni e tutto ciò che ottenne fu la possibilità di sentirci ancora il giorno dopo. E solo per pietà.

3 Novembre 2005
Le scuse continuarono per tutto il giorno successivo. Ho un debole particolare per le persone che lavorano. Non nel senso che portano soldi a casa permettendomi di fare il mantenuto. Non lo so, a un ragazzo che lavora, attivo, che campa dai frutti delle sue fatiche e che per questo non ha concluso gli studi, posso anche perdonare la valanga di errori grammaticali. Alla fine, ciò che si prova, si può dimostrare anche con i fatti, senza necessariamente scriverlo su carta o per sms.
Così gli diedi il mio numero di cellulare e cominciò il nostro romanzo epistolare dell’estate in sms, roba che dovrei citare Alfonso Luigi Marra per violazione di Copyright.
Dopo due settimane

arrivò la fatidica telefonata. Io avevo tempi abbastanza lunghi, facevo sempre le cose con calma, non ero abituato a conoscere ragazzi vivendo in un piccolo paesino di provincia.
Era tarda sera, lui era in macchina, aveva appena portato a termine la sua consegna. Io stavo a casa, un appartamento degli anni sessanta con le pareti in cartapesta dove la privacy non era ancora stata inventata. Indossai il giubbotto e mi precipitai in strada per rispondere. Le pettegole della mia strada non erano nulla in confronto alle paraboliche dei miei coinquilini.
 
“Pronto….”

Gigi

3 commenti:

Manu 17 agosto 2011 21:15  

"Ho un debole particolare per le persone che lavorano. Non nel senso che portano soldi a casa permettendomi di fare il mantenuto" ......
Guarda che non sei il solo che ha queste debolezze :) ma c'è chi ravvede e chi si rimbambisce :P

OT: tempi e puntate della 2^ edizione please.....??

Davide 17 agosto 2011 23:31  

Da queste tu poche righe si evince tutto lo stratteggismo sentimentale dell'amore per il lavoro. ma non ho capito se il tipo è straniero o solamente un italiano in crisi idiomatica?

Anonimo 19 agosto 2011 15:37  

amore per il lavoro altrui! é sardo, il che significa che sta a metà :)

gigi

perdonate l'anonimo, la connessione nn é ottimale :)

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